Categorie approfondimento: Societario
8 Luglio 2008

L’amministratore e l’attività lavorativa svolta a favore della società

Di cosa si tratta

In un articolo del sito (Socio d’opera e socio lavoratore: l’attività lavorativa svolta nella società) si è affrontato il tema relativo alle forme di lavoro prestato all’interno delle società commerciali da soggetti appartenenti alla società stessa, facendo riferimento particolare alla posizione del socio d’opera e del socio che sia anche dipendente della società e si è cercato di analizzare i limiti entro i quali viene riconosciuta la compatibilità del ruolo di socio con la prestazione di attività lavorativa nell’azienda.
Un tema che in parte si sovrappone è quello della compatibilità della prestazione di attività lavorativa subordinata da parte di un soggetto che rivesta anche la carica di amministratore della società. Anche qui si tratta di comprendere entro quali limiti sia ammissibile il cumulo dei ruoli, tenendo per fermo il principio per cui la subordinazione del lavoratore dipendente deve sussistere in concreto e deve essere effettiva.
L’originaria posizione della giurisprudenza, che escludeva la possibilità di cumulo in quanto vi sarebbe immedesimazione organica tra amministratore e società, risulta oggi superata. Si ritiene, infatti, che il rapporto organico che lega l’amministratore alla società non escluda la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato, ad esempio a contenuto dirigenziale. Andrà però accertato l’oggettivo svolgimento di attività estranee alle funzioni inerenti il rapporto organico di amministratore e in posizione di subordinazione, sia pure nelle forme particolari e caratteristiche della natura dirigenziale delle mansioni esercitate.
Anche qui la verifica delle condizioni di ammissibilità del cumulo sarà tanto più rigorosa quanto maggiore è il grado di autonomia dell’amministratore in relazione alla società.
Viene quindi ritenuta incompatibile la posizione di lavoratore subordinato della società con la figura del socio amministratore unico, poiché “il cumulo nella stessa persona dei poteri di rappresentanza dell’ente sociale, di direzione, di controllo e di disciplina, rende impossibile quella diversificazione delle parti del rapporto di lavoro e delle relative distinte attribuzioni che è necessaria perché sia riscontrabile l’essenziale e indefettibile elemento della subordinazione”.
Dall’altro lato è ammissibile invece la posizione di lavoratore subordinato quando l’amministrazione della società sia affidata a un consiglio di amministrazione e purché la volontà imprenditoriale della società si formi in maniera autonoma rispetto a quella dell’amministratore interessato. In questo senso non rileva che al consigliere siano attribuite delle deleghe, ma l’importante è che la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro con tale consigliere siano ricollegabili a una volontà della società distinta rispetto a quella del singolo amministratore.
In sostanza, perché sia configurabile un rapporto di lavoro subordinato tra la società e il suo amministratore, occorre che: l’amministratore non detenga tutti i poteri di direzione e amministrazione della società e quindi la volontà della società possa essere determinata e validamente espressa anche da altri amministratori, anche in contrasto con la sua volontà; l’amministratore sia effettivamente e pienamente assoggettato al potere direttivo e al controllo di un organo sociale sostanzialmente indipendente da esso.
Tra le ipotesi più ricorrenti di costituzione di rapporti di lavoro subordinato vi sono quelle relative alle figure del dirigente e del direttore generale. Anche qui le figure richiamate dovranno essere effettivamente distinte da quelle di amministratore: diverse dovranno essere le relative funzioni e responsabilità e distinti anche i rispettivi tempi di esecuzione delle prestazioni.
Nei limiti indicati, si ritiene ammissibile in dottrina (P. Ichino, Il contratto di lavoro) che i due rapporti siano inquadrati nell’ambito di un unico contratto “nel quale le prestazioni stesse siano causalmente collegate ancorché nettamente distinte tra loro”: l’ipotesi tipica è quella del manager, assunto come dirigente, il quale si impegna contestualmente ad assumere la posizione di membro del consiglio di amministrazione, legando le sorti dei due rapporti, di modo che la cessazione di uno determini l’interruzione anche dell’altro. Un contratto di questo tipo sarebbe “misto” (di lavoro autonomo e di lavoro subordinato) nella forma, ma requisito indispensabile è che le prestazioni siano nettamente distinte nella sostanza.
Si è osservato, con riferimento alla figura del direttore generale, che le sue funzioni e responsabilità sono concettualmente diverse da quelle dell’amministratore, consistendo le prime nell’esecuzione, seppure al più alto livello, delle disposizioni generali impartite da chi è deputato a gestire la società, cioè l’amministratore. Su questo tema e sulla qualificazione del rapporto intercorrente tra il direttore generale e la società si contrappongono peraltro due linee dottrinali, ritenendo la prima, di carattere più tradizionalista, che detto rapporto sia sempre di lavoro subordinato, mentre una seconda riconosce che il rapporto possa essere anche di lavoro autonomo, riconducibile alla disciplina del mandato.
La prima teoria ritiene infatti che i direttori generali siano tenuti a osservare le direttive degli amministratori e che siano soggetti all’immediata vigilanza e controllo da parte dell’amministratore o del consiglio.
La seconda teoria, più vicina alla prassi, in particolare delle organizzazioni aziendali più complesse, sottolinea come i direttori generali assumano talvolta “una importanza operativa preminente, di fatto pari o, addirittura, superiore a quella degli stessi amministratori”, di modo che sarà necessario verificare di volta in volta il sussistere degli elementi richiesti perché il rapporto possa essere ricondotto al lavoro subordinato.

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