13 Settembre 2016

Agenti esteri: il giudice competente e le norme da applicare nella giurisprudenza comunitaria

La conclusione di un contratto di agenzia con un agente straniero (di altro Paese comunitario) non risolve tutti i potenziali problemi indicando nel contratto la competenza del giudice italiano e quale legge applicabile quella italiana. Lo insegna la c.d. Unamar, sentenza della Corte di Giustizia europea del 17 ottobre 2013, anche se quanto sviluppiamo in seguito lo consiglia.
La massima della pronuncia è la seguente: “Gli articoli 3 e 7, paragrafo 2, della Convenzione sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, aperta alla firma a Roma il 19 giugno 1980, devono essere interpretati nel senso che la legge di uno Stato membro dell’Unione europea che offre la protezione minima prescritta dalla direttiva 86/653/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1986, relativa al coordinamento dei diritti degli Stati membri concernenti gli agenti commerciali indipendenti, scelta dalle parti di un contratto di agenzia commerciale, può essere disapplicata dal giudice adito, situato in un altro Stato membro, a favore della lex fori a motivo del carattere imperativo, nell’ordinamento giuridico di quest’ultimo Stato membro, delle norme che disciplinano la situazione degli agenti commerciali indipendenti, unicamente se il giudice adito constata in modo circostanziato che, nell’ambito di tale trasposizione, il legislatore dello Stato del foro ha ritenuto cruciale, in seno all’ordinamento giuridico interessato, riconoscere all’agente commerciale una protezione ulteriore rispetto a quella prevista dalla citata direttiva, tenendo conto, al riguardo, della natura e dell’oggetto di tali disposizioni imperative”.
La sentenza compie molti passaggi per arrivare a questa conclusione che forse non è pienamente condivisibile per quanto illustreremo. È opportuno richiamare altro articolo nel sito che va a chiarire quale sia il trattamento da considerare preferenziale (“I nuovi clienti nel contratto di agenzia”).
La questione consisteva se, in base alle norme della Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (applicabile nel caso essendo stato stipulato il contratto prima dell’entrata in vigore del regolamento n. 593/2008, che ha sostituito la convenzione citata che era in vigore nel paese del giudice), si aveva una situazione di una tutela più ampia della protezione minima che invece era imposta dalla direttiva n. 86/653, e se queste debbano essere applicate al contratto, anche se risulta che il diritto applicabile al contratto (in quanto da questo così previsto) è il diritto di un altro Stato membro dell’Unione europea nel quale è stata parimenti attuata la protezione minima offerta dalla direttiva.
Il tema era se un tribunale nazionale possa applicare le norme di applicazione necessaria del foro in luogo della legge scelta dalle parti, in quanto l’art. 7(2) della convenzione di Roma stabilisce espressamente che: « … la presente convenzione non può impedire l’applicazione di norme in vigore nel paese del giudice, le quali disciplinano imperativamente il caso concreto indipendentemente dalla legge che regola il contratto»; questo comporta che il giudice nazionale ha il potere di applicare eventuali norme di applicazione necessaria del foro, in luogo della legge che sarebbe altrimenti applicabile.
La sentenza su questa posizione conteneva un problema aggiuntivo, relativo al coordinamento del principio richiamato con la normativa europea, in quanto la legge che il giudice belga intendeva disapplicare sulla base dell’art. 7(2) della Convenzione di Roma (cioè, la legge bulgara) è basata sulla medesima direttiva su cui si basa la legge belga.
In questa situazione l’applicazione di norme di applicazione necessaria del foro al posto della legge scelta dalle parti potrebbe porsi in conflitto con la finalità armonizzatrice della direttiva e con il principio che le parti debbono essere libere di scegliere tra due leggi che attuano correttamente la medesima direttiva europea. Dal momento che la direttiva non impone delle norme uniformi, gli Stati membri sono liberi di prevedere soluzioni più favorevoli all’agente e quindi di pretenderne l’osservanza da parte dei propri giudici.
La Corte di giustizia ha optato per una soluzione di compromesso, affermando che il tribunale nazionale può applicare le norme più protettive del proprio ordinamento in luogo della legge scelta dalle parti: «…unicamente se il giudice adito, verificata che nell’ambito di tale trasposizione il legislatore dello Stato del foro ha ritenuto centrale riconoscere all’agente commerciale una protezione ulteriore rispetto a quella prevista dalla direttiva, tenendo conto della natura e dell’oggetto di tali disposizioni imperative».
Per poter prevalere sulla legge di un altro paese basata sulla medesima direttiva, pare che non sia sufficiente che le norme dello Stato del foro prevedano un livello più elevato di protezione ed attribuiscano loro carattere di norme internazionalmente inderogabili, ma che debba anche risultare che tale scelta sia di importanza centrale per l’ordinamento in questione, per la natura e le finalità perseguite dalle norme.
La Corte di giustizia sembra richiedere che, affinché la norma del foro possa prevalere sulla legge altrimenti applicabile, non basti che il legislatore la qualifichi come norma che dev’essere applicata quale che sia la legge applicabile in conformità al principio sancito dall’art. 7.2) della convenzione di Roma, ma che debba anche essere rispettata una condizione ulteriore che si tratti di una norma rientrante nella definizione contenuta nell’art. 9.1) del regolamento Roma I – n. 593/2008, e cioè di una norma: «… il cui rispetto è ritenuto cruciale da un paese per la salvaguardia dei suoi interessi pubblici, quali la sua organizzazione politica, sociale o economica, al punto da esigerne l’applicazione a tutte le situazioni che rientrino nel loro campo d’applicazione, qualunque sia la legge applicabile al contratto …». Verificheremo come i principi affermati dalla Corte saranno applicati in concreto dai giudici nazionali.
Possiamo dire che il fatto di qualificare certe disposizioni di attuazione di una direttiva come norme di applicazione necessaria, che debbono essere applicate quale che sia la legge regolatrice del contratto, non implica in ogni caso che esse prevalgano sulle norme di un altro Stato membro che abbia attuato correttamente la direttiva. Perché si produca un tale effetto si dovrà procedere ad un’analisi della finalità e dell’importanza delle norme di applicazione necessaria del foro che permetta di concludere che la disapplicazione della normativa altrimenti applicabile è oggettivamente giustificata.
Abbiamo quindi due situazioni: la previsione pattizia di applicazione della legge italiana e la mancanza di tale previsione. Nel primo caso il problema non dovrebbe presentarsi, in quanto i giudici del paese dell’agente dovranno dichiararsi incompetenti e non potranno dare applicare alle norme di applicazione necessaria dell’altro paese.
In caso di assenza di una clausola di scelta del foro, l’agente straniero potrà agire contro il preponente italiano davanti ai propri giudici, sulla base dell’art. 5 del regolamento Bruxelles, con la conseguenza che si dovranno applicare i principi affermati dalla Corte di giustizia nel caso trattato.
Dovrà essere considerato se il legislatore nazionale abbia o meno inteso attribuire alle proprie norme valore di disposizioni che debbono trovare applicazione quale che sia la legge applicabile.
Se questo processo qualificatorio non è compiuto, è ragionevole ritenere che il giudice di tale paese riconosca come efficace la scelta della legge di un altro Stato membro. Se il legislatore del paese dell’agente abbia previsto espressamente che la propria legge o altre norme protettive debbano applicarsi quale che sia la legge applicabile al contratto, il giudice di tale paese dovrà accertare, applicando i criteri stabiliti dalla Corte di Giustizia, se il fatto di disconoscere la scelta fatta dalle parti di una legge diversa sia giustificato.
Per quanto esposto si deve ritenere consigliabile includere nel contratto espressamente la scelta del foro in favore dei giudici italiani, per sottrarla al giudice straniero.
Più delicato è il tema della scelta dell’arbitrato internazionale in quanto alcuni Stati membri riservano la competenza ai giudici locali e potrebbe essere considerata come una scelta di considerare la materia non suscettibile di arbitrato, che produrrebbe l’inefficacia della clausola arbitrale.

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