Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
25 Giugno 2013

Agente o rivenditore

Di cosa si tratta

La domanda che ci impone un giudizio che è appena stato introdotto è se un rivenditore possa essere anche un agente e viceversa.
Sul fronte del regime giuridico dei rispettivi contratti non ci sono particolari problemi, ma ci domandiamo quanto possa essere compatibile assumere la duplice veste.
Ipotizziamo dal muovere avendo un contratto di agenzia e a un certo momento ci mettiamo a vendere direttamente sul mercato, commissionando a titolo personale i prodotti al preponente; crediamo che questo abbia a chiedere un chiarimento del rapporto.
Se reciprocamente un cliente si mette ad acquistare prodotti e magari aumenta il fatturato, ma a un certo punto segnala operazioni al preponente e con questo conviene una provvigione, dovremmo ritenere che si sia trasformato da rivenditore ad agente. Quest’ultima risposta non suona lineare; a noi pare che la mancanza dell’obbligo di diffondere i prodotti sul mercato faccia scadere la figura in qualcosa di diverso dall’agenzia.
La causa in senso tecnico del contratto di agenzia è individuata nell’”incarico di promuovere, per conto dell’altra parte, verso retribuzione, la conclusione di contratti in una zona determinata” (art. 1742 cod. civ.). Vi è un obbligo di lavorare (promuovere), di farlo a favore di uno o più preponenti, a fronte di un corrispettivo, e anche in una area individuata.
Al rivenditore conviene vendere perché ha un margine tra il prezzo di acquisto e quello di vendita, ma certo può scegliere ed è libero ed è lui a compiere la scelta; la “retribuzione” nel contratto di agenzia, invece, è sicuramente diversa dal margine di profitto della rivendita. Promuovere non è concludere e il preponente ha riservato questo potere di scelta.
La politica di vendita, i prezzi, l’agio dello sconto sono elementi concordati tra le parti nell’agenzia, mentre nella rivendita sono elementi lasciati al rivenditore.
Ci sono indubbiamente elementi materiali che portano a distinguere le due vesti, ma ci pare che sia immanente qualche cosa di diverso che caratterizzi i due tipi al punto che non possano coesistere.
Sempre con esempi limite il rivenditore che venda prodotti di un solo soggetto, in un’area convenuta, a prezzi convenuti con chi lo fornisce, che abbia una politica premiale in relazione al venduto, ma non promuova contratti diretti, non sarà riconosciuto come agente (Cassazione Civ, sez, 2°, 3 ottobre 2007, n. 20775). Nel caso poi che cominci a segnalare, anziché vendere direttamente al suo cliente, i nominativi dei soggetti interessati, non riteniamo che lo trasformi in agente proprio perché a ciò non è tenuto; le ragioni che lo spingono a cambiare il suo indirizzo operativo saranno naturalmente la conseguenza di una valutazione di opportunità.
Dal punto di vista del preponente, l’attività di segnalazione non dovrebbe porre problemi, mentre è ben diverso se l’agente si mette a commissionare in proprio, realizzando intrinsecamente un conflitto; naturalmente, quando si fosse al di fuori da politiche di prezzi vincolate il “divenuto” cliente chiederebbe che i prezzi praticati a lui siano alla soglia limite più bassa, mentre come agente ha interesse a fare conseguire i prezzo più alto al quale si parametra il risultato della sua attività: la provvigione.
A nostro avviso la compatibilità e coesistenza delle due operatività si potrebbe avere solamente con un quadro preciso di definizione dei rapporti, che nei fatti venga osservato o che sia desumibile da quanto nei fatti sia applicato.
Intendiamo dire che la verifica in concreto di quanto realizzato dovrebbe fornire metri per ricondurre il rapporto a chiarezza, ma non si potrà ritenere costituito un rapporto di agenzia, che è l’obbligo di promuovere le vendite nei confronti di terzi, né si potrà vendere a se stessi; questa ipotesi, cioè procurare vendite che farebbe l’agente a proprio favore, dovrebbe equivalere a conseguire il minor prezzo dal fornitore con l’ulteriore sconto di quella che sarebbe stata la provvigione nel caso di vendita a terzi.
Ipotizziamo di scrivere un contratto e questo sia di agenzia e che preveda anche la possibilità per l’agente di comprare in proprio e di indicare anche in base a quali criteri (minimo di listino, scontato di una percentuale od altro); ipotizziamo anche che il preponente sia monoprodotto oppure anche con prodotti diversi per prezzi diversi.
Vi sarà sempre un momento di contrasto di interessi tra i due operatori; entrambi dovrebbero puntare alla massimizzazione dei risultati. Il preponente guadagnerebbe meno quando vende all’agente tanto quanto non guadagnerebbe se l’agente non puntasse ai prezzi massimi nei confronti dei terzi. Potendolo fare, l’agente che dovesse spuntare un prezzo alto dal cliente dovrebbe avere la convenienza a fare la vendita in proprio.
Si potrebbe anche pensare ad un venditore “piccolo” che occasionalmente abbia la possibilità di segnalare al suo fornitore una vendita più importante che in proprio non concluderebbe per l’importanza economica e quindi per difetto di capacità finanziaria. In questa evenienza è facile pensare che si parli della diversa figura del procacciatore d’affari, che, se anche facesse concludere una operazione importante con un prezzo importante e con un compenso importante, in quanto può capitare, ma non necessariamente, sarebbe al di fuori di un obbligo a promuovere gli affari.
La giurisprudenza sul tema non ci aiuta all’individuazione delle risposte, né si esprime Enasarco che, verificate delle situazioni, punta verso il riconoscimento della qualità di agente a fini di contribuzione.
Non pare pertinente e di aiuto sul tema la nota sentenza Bosch (Cassazione Civ, sez, 2°, 3 ottobre 2007, n. 20775) che è stata resa in un giudizio volto a rivendicare la qualità di agente da parte di un distributore esclusivo. La sentenza sottolinea la necessità che il contratto non sia esaustivo sui punti caratterizzanti e che, pur chiamato altrimenti il contratto, abbia avuto le caratteristiche dell’agenzia; dice la sentenza: “È sufficiente, in proposito, osservare che, in tanto si sarebbe potuto fare applicazione (diretta o analogica) delle disciplina in tema di agenzia in quanto fosse risultato che il rapporto intercorso tra le parti: a) era carente nella sua disciplina pattizia; b) oppure, nonostante il diverso nomen iuris, aveva le caratteristiche proprie del rapporto di agenzia”.
Questo principio può ritenersi per fermo in relazione alla rivendita con esclusiva, mentre non regge al confronto della mera opzione tra la vendita del prodotto del fornitore e il suo acquisto in proprio.
Va anche ricordato che il preponente è riconosciuto come il contraente forte nel rapporto di agenzia e ha importanti poteri: non aderire alla proposta ricevuta, andare nell’area dell’agente e concludere contratti diretti, chiedere resoconti sull’attività svolta nella zona, dare direttive; nell’ipotesi di facoltà di scelta dell’agente tra la promozione e l’acquisto pare che si realizzino frizioni quando si abbia la simultanea possibilità di coesistenza dei due tipi di rapporti.
Non può essere lasciato al caso e alla valutazione successiva la definizione della natura del rapporto quando si parli di un rivenditore; potrà essere anche un agente (ipotesi che neghiamo) nei casi nei quali gli acquisti compiuti non integrino una sistematica rivendita, ma siano occasionali o compiuti al di fuori dell’ambito che sarebbe regolato dall’agenzia (per esempio per vendite al di fuori del territorio), ma quando la scelta tra l’operare in un modo o nell’altro è lasciata a questa figura, non si potrà essere nell’ambito del diverso istituto dell’agenzia.
Solamente un accordo ben definito e in forma scritta potrebbe essere idoneo a risolvere i temi che in concreto contrapporrebbero gli interessi delle parti, mentre la commistione delle competenze dovrebbe, in chiave interpretativa, ipotizzare l’individuazione di una chiara prevalenza dell’istituto da applicare.

(Visited 19 times, 63 visits today)