3 Luglio 2017

Adeguarsi alla prassi del fisco non esonera dai tributi

Al contribuente è consentito assumere una condotta fiscale ispirata all’interpretazione contenuta negli atti interni dell’Amministrazione finanziaria (circolari, note e risoluzioni) ma, se questa cambia, l’eventuale accertamento è legittimo ed esonera esclusivamente dalle sanzioni e interessi sulla parte di tributo pagata in meno.
In relazione a questo tema la Cassazione ha di recente rigettato il ricorso, confermando il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui “il legittimo affidamento del contribuente comporta, ai sensi della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10, commi 1 e 2, l’esclusione degli aspetti sanzionatori, risarcitori ed accessori conseguenti all’inadempimento colpevole dell’obbligazione tributaria, ma non incide sulla debenza del tributo, che prescinde dalle intenzioni manifestate dalle parti del rapporto fiscale, dipendendo esclusivamente dall’obiettiva realizzazione dei presupposti impositivi” (cfr Cassazione nn. 10195/2016, 5934/2015).
Questo accade in quanto le circolari ministeriali in materia tributaria non costituiscono fonte di diritti e obblighi e, qualora il contribuente si sia conformato a un’interpretazione erronea, fornita dall’amministrazione finanziaria, è esclusa soltanto l’irrogazione delle relative sanzioni e degli interessi, senza alcun esonero dall’adempimento dell’obbligazione tributaria.
Nel caso in esame al rigetto del ricorso è conseguita la condanna della contribuente alla rifusione delle spese di lite; questa ci pare un’ironia.
Diversa è la situazione prevista dall’articolo 11 della medesima legge (Statuto del Contribuente), il quale, nel disciplinare il caso in cui il contribuente si sia adeguato a un esplicito responso dell’amministrazione finanziaria, motivatamente espresso in esito alla particolare procedura dell’interpello, prevede la nullità degli atti impositivi che siano in contrasto con l’esito dell’interpello. Per questo punto la suprema Corte non fa che confermare il proprio orientamento espresso con le sentenze nn. 19479/ 2009 e 21070/2011.
Nello specifico, con la prima pronuncia, la Cassazione sostiene che l’espressa previsione della nullità degli atti impositivi che siano in contrasto con l’esito dell’interpello, disciplinata nell’art. 11 dello Statuto del contribuente, dimostra che, se nel precedente articolo 10 il legislatore non ha previsto un’analoga statuizione, non può che averlo fatto intenzionalmente (ubi lex voluti dixit, ubi noluit tacuit).
La decisione della Corte non può essere condivisa perché il principio del legittimo affidamento si pone come un corollario del principio di certezza giuridica. Tale postulato trova un riconoscimento nell’ordinamento comunitario secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia, venendo riconosciuto che i principi della certezza del diritto e del legittimo affidamento ricoprono un fondamentale ruolo di garanzia per i cittadini, degli Stati membri e delle istituzioni europee. Questi principi valgono ad assicurare la conoscibilità e, soprattutto, la prevedibilità della disciplina applicabile per assicurare ai professionisti del settore la sicurezza giuridica dei comportamenti da tenere in concreto.

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