Categorie approfondimento: Voluntary disclosure
23 Febbraio 2015

I contenuti dell’accordo tra Italia e Svizzera: chiariti gli effetti della mancata adesione alla voluntary disclosure

Di cosa si tratta

In data 23 febbraio 2015 il Governo Italiano e il Consiglio federale svizzero (in persona del ministro dell’economia Padoan e del Capo del Dipartimento delle finanze Widmer-Schlumpf) hanno firmato un Protocollo che modifica la Convenzione per evitare le doppie imposizioni tra i due Stati, datata 9 marzo 1976, al fine di consentire l’introduzione di una clausola di scambio su richiesta delle informazioni di natura fiscale.
Oltre al Protocollo di modifica, i negoziati hanno consentito la conclusione di una “roadmap” contenente l’impegno politico in merito a diversi temi (ad esempio l’imposizione dei frontalieri) delle relazioni bilaterali in ambito fiscale e finanziario tra Svizzera e Italia.
L’intesa di principio sulla cooperazione nelle questioni fiscali era già stata raggiunta nel dicembre del 2014 e già si sapeva che l’accordo sarebbe stato conforme al modello OCSE ma solo oggi si ha contezza di quale sia il contenuto.
E’ ora possibile fornire un quadro maggiormente definito degli effetti che potrebbero scaturire dalla mancata regolarizzazione, mediante voluntary disclosure o mediante ravvedimento, delle giacenze detenute irregolarmente in Svizzera. Vengono soprattutto chiarite quali azioni potrebbe avviare l’Amministrazione Finanziaria per il recupero dei capitali.
Il Protocollo dovrà essere ratificato dai Parlamenti dei due Stati e, una volta che ciò sarà avvenuto, l’Amministrazione Finanziaria italiana potrà richiedere alla Svizzera informazioni sui rapporti bancari e finanziari dei contribuenti italiani in essere a partire dalla data della firma del Protocollo.
L’elemento temporale è quindi il primo aspetto critico che è stato chiarito: le informazioni che potranno essere comunicate saranno quelle attinenti a rapporti esistenti in data 23 febbraio 2015 o successivi.
Più nel dettaglio, il Protocollo abroga e sostituisce l’art. 27 (Scambio di informazioni) della Convenzione; al primo comma del novellato articolo si legge che le autorità competenti degli Stati contraenti si scambiano le informazioni “verosimilmente rilevanti” sia per l’applicazione delle disposizioni della Convenzione sia per l’applicazione del diritto interno “relativo alle imposte”.
Le informazioni non vengono scambiate automaticamente ma vengono comunicate su richiesta dei singoli Stati ed è questo il secondo aspetto critico che è stato chiarito. Come illustrato nell’articolo “Voluntary disclosure: è realmente l’ultima occasione? La fine del segreto bancario” l’invio automatico di informazioni di provenienza elvetica si realizzerà solo a far data dal 2018, con riferimento alle attività finanziarie detenute nel 2017.
Le richieste dovranno contenere: (i) l’identità della persona oggetto del controllo o dell’inchiesta, ?(ii) il periodo di tempo oggetto della domanda, ?(iii) la descrizione delle informazioni richieste,?(iv) lo scopo fiscale per cui le informazioni sono richieste, ?(v) se sono noti, il nome e l’indirizzo del detentore presunto delle informazioni richieste. Lo Stato a cui sono richieste le informazioni fiscali userà “i poteri a sua disposizione al fine di ottenere le informazioni richieste”.
Il Protocollo stesso illustra poi la portata della richiesta precisando che l’utilizzo della locuzione «informazioni verosimilmente rilevanti» ha lo scopo di garantire che lo scambio di informazioni in ambito fiscale sia ampio ma non tanto da permettere agli Stati contraenti di intraprendere una ricerca generalizzata e indiscriminata di informazioni o di domandare informazioni la cui rilevanza in merito agli affari fiscali di un determinato contribuente non è verosimile.
Con il sollievo di molti, non è stata introdotta la possibilità per gli Stati di adottare la tecnica procedurale nota come «fishing expedition» ossia una ricerca informazioni su soggetti non individuati, molto simile a una ricerca di massa. Infatti la condizione espressa dalla locuzione «verosimilmente rilevante» sarà soddisfatta qualora, previa “indicazione dello scopo fiscale” per cui sono richieste, le domande abbiano a oggetto informazioni relative “ad un singolo contribuente (identificato con il nome oppure altrimenti)” ovvero relative “ad una pluralità di contribuenti (identificati con il nome oppure altrimenti)”.
In pratica, ed è questo il chiarimento del terzo aspetto critico, l’Agenzia delle Entrate non potrà fare richieste inerenti a una pluralità indistinta di contribuenti.
La “road map” siglata unitamente al protocollo definisce meglio i confini di “richiesta di gruppo”: il gruppo può essere connotato da un uniforme modello di comportamento quale quello di clienti sospettati di eludere i propri obblighi fiscali giacché decidono di chiudere o di “svuotare i propri conti” accesi presso istituzioni finanziarie svizzere dopo la data della firma del Protocollo. Altro modello di comportamento che potrebbe essere oggetto di una richiesta è quello di chi si sia rifiutato di chiarire all’istituto svizzero presso il quale detiene le proprie giacenze se queste siano o meno correttamente tassate in Italia. Il testo della “road map” specifica che gli istituti finanziari sia italiani sia svizzeri non hanno alcun obbligo in relazione alla tassazione (estera) dovuta su quanto depositato.
In conclusione, possiamo dire che sia stato finalmente chiarito che le informazioni provenienti dalla Svizzera saranno: – trasmesse su richiesta dell’Amministrazione finanziaria e non automaticamente; – avranno a oggetto rapporti esistenti (o successivi) al 23 febbraio 2015, pertanto non saranno retroattive; – saranno relative a soggetti specificamente individuati.

(Visited 9 times, 8 visits today)