Categorie approfondimento: Fallimentare
15 Giugno 2009

Accordi di ristrutturazione dei debiti

Di cosa si tratta

Per i non esperti sapere che esiste ora un istituto quale l’accordo per la ristrutturazione dei debiti collocato in sede fallimentare può fare nutrire speranze che non sempre sono giustificate da quanto si può fare. Può infatti sembrare che per la collocazione in sede fallimentare e quindi con una presenza pubblicistica si possa in qualche modo andare ad imporre con degli “accordi” una soluzione alla crisi di impresa.
L’articolo 182-bis della legge fallimentare in materia di “Accordi di ristrutturazione dei debiti”, come modificato dal decreto legislativo n. 169 del 2007, ha previsto una procedura semplificata a carattere stragiudiziale che si conclude con un accordo, stipulato dal debitore con i creditori rappresentanti almeno il sessanta per cento dei crediti, la cui efficacia è garantita dal provvedimento di omologazione del Tribunale.
La conoscenza corrente è ancora legata all’esistenza di istituti come il fallimento, l’amministrazione controllata, il concordato preventivo e successivo; per qualcuno anche di procedure apposite per le grandi aziende in crisi.
La profonda riforma delle legge fallimentare dà un quadro diverso agli istituti proprio per essere informata a principi nuovi e nell’ambito di questi ad istituti nuovi come i richiamati accordi.
Stante l’apparente somiglianza a qualche cosa di concordato come nell’istituto omonimo, vogliamo invece elencare i punti di differenza principalmente dal concordato preventivo.
Il presupposto del concordato è analogo a quello del fallimento (art. 160 L.Fall.): la sussistenza di uno stato di crisi che viene denominato stato di insolvenza; l’accordo invece ha un presupposto di gravità minore, rappresentato dalla c.d. pre-insolvenza, uno stato dove l’impresa non è decotta ed impossibilitata a fare fronte ai propri impegni, ma una situazione che presumibilmente è transitoria, uno stato critico di difficoltà che sfiora la difficoltà data dall’insolvenza, ma che può essere superata con misure di riequilibrio.
Se l’impresa non deve essere insolvente, deve anche stare attenta che, presentando l’accordo, se il tribunale rilevasse una situazione più grave, potrebbe trasmettere gli atti al Procura della Repubblica per la dichiarazione d’ufficio del fallimento. Sulla differenza dei due istituti si fondano questi effetti.
Vediamo alcune altre differenze per capire la distanza dal concordato; prima è se appartenga anche agli accordi la “natura concorsuale”. Per essere tale il principio, che dovrebbe condividersi, il tratto che riporta a questa caratteristica è il trattamento uguale delle categorie dei creditori e la loro partecipazione alla procedura; così non è per gli accordi, che possono concludersi con il 60 per cento del montante in linea capitale dei creditori; siccome negli accordi non sono menzionate le cause di prelazione è da ritenere che anche questi creditori possano rientrare nel montante necessario all’accordo; inoltre, mentre i creditori dell’accordo possono concordare una percentuale del loro credito, gli esclusi vanno regolarmente pagati.
Mentre l’inadempimento del concordato comporta che venga meno, gli accordi non rispettati non producono effetti immediati e non vi sono norme che disciplinino l’esecuzione degli accordi.
Anche se la serie di operazioni che precedono l’omologazione degli accordi sfociano in un provvedimento, questo non ha le caratteristiche per produrre effetti analoghi a una sentenza e può essere inquadrato in un procedimento di volontaria giurisdizione, come fa pensare anche il procedimento che è camerale.
Posto che non tutte le imprese possono fallire per la necessità di rispettare una serie di requisiti, l’istituto, che non condivide la natura delle altre procedure, potrà essere usato in questi casi.
La principale differenza che troviamo negli accordi è proprio questa inversione della preferenza alla soddisfazione e in particolare quella integrale; a questa tendono nel fallimento i creditori che si sono precostituiti titoli di preferenza, mentre negli accordi sono quelli che addirittura non sono entrati nel novero di quelli che sono d’accordo.
Con le poche disposizioni date dalla nuova norma la più significativa, volta a favorire l’applicazione dell’istituto, è certamente l’esonero dalla revocatoria in caso di successivo fallimento degli atti, dei pagamenti, delle garanzie posti in essere in esecuzione dell’accordo di ristrutturazione ai sensi dell’art. 67, comma 3°, lettera e) L. Fall..
Questo elemento di favore, ora introdotto, è sicuramente il principale per dare accoglienza all’istituto; non frequente è infatti il prestarsi ad appoggiare le situazioni di crisi per la precarietà degli apporti che vengono dati alla situazione, ove è necessario un apporto del ceto dei creditori, anche con interventi finanziari il cui ingresso è talora volto a fornire liquidità che viene accordata in cambio della chiusura di situazioni pregresse e con l’ottenimento di forme di finanziamento che abbiano maggior periodo. Senza la protezione di questo esonero, l’istituto sarebbe sicuramente nato mutilo di una leva importante.
Si deve proprio concludere che gli accordi sono una vera novità nel nostro ordinamento, dove la disciplina non si sospinge oltre tanto proprio perché sono espressione di accordi dell’autonomia privata in situazioni particolari e dove l’equilibrio precario di una condizione può trovare soluzioni diverse da quelle tradizionali che possono nuocere più gravemente all’impresa.
Superfluo concludere che andranno bene studiati perché possano avere successo.
Compiamo ancora un rilievo fiscale dato dal chiarimento della recente circolare n. 40/E del 2008 dell’Agenzia delle Entrate che sostanzialmente non ha recepito la disciplina in esame all’interno dell’articolo 101, comma 5 del TUIR. Pertanto ai fini della deducibilità delle perdite su crediti, si ritiene che alle perdite su crediti generatesi a partire dalla data in cui il Tribunale omologa l’accordo di ristrutturazione dei debiti, non sia applicabile la previsione di deducibilità immediata contenuta nel citato c. 5 dell’art. 101 del TUIR.

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