Categorie approfondimento: Societario
30 Settembre 2014

Acconti ai soci sulla liquidazione della s.r.l. e riduzione del capitale in fase liquidatoria

Di cosa si tratta

Un creditore in attesa del suo denaro, che avrebbe dovuto ricevere da una società in liquidazione, con una visura camerale ha accertato che il liquidatore aveva provveduto negli anni ad attribuire ai soci delle quote in acconto sulla liquidazione finale.
L’art. 2491, comma 2, cod. civ. dispone: «I liquidatori non possono ripartire tra i soci acconti sul risultato della liquidazione, salvo che dai bilanci risulti che la ripartizione non incide sulla disponibilità di somme idonee alla integrale e tempestiva soddisfazione dei creditori sociali; i liquidatori possono condizionare la ripartizione alla prestazione da parte del socio di idonee garanzie».
Non è quindi possibile che il liquidatore compia questa operazione senza divenire personalmente e solidalmente responsabile per i danni cagionati ai creditori; per fare l’operazione deve essersi procurate delle garanzie.
La liquidazione degli acconti è considerata come una ripartizione provvisoria soggetta a ripetizione da parte del liquidatore fino alla chiusura della liquidazione e su richiesta del creditore dopo la cancellazione della società.
Il Consiglio del Notariato di Milano si è espresso nel ritenere che sia: “legittima la delibera di riduzione del capitale sociale ai sensi degli artt. 2445 e 2482 cod. civ. adottata durante la fase di liquidazione della società, fermo restando che la sua esecuzione mediante rimborso ai soci o liberazione degli stessi dall’obbligo di effettuare i versamenti ancora dovuti è soggetta ai limiti ed alle condizioni di cui all’art. 2491 c.c.”.
L’orientamento espresso è interessante e argomenta come “con la Riforma del diritto societario la disciplina della riduzione effettiva del capitale sociale è cambiata; la nuova normativa, contenuta per le SPA nell’art. 2445 c.c. e riprodotta per le SRL, con alcune differenze, nell’art. 2482 c.c., ha fatto venir meno il principale requisito, quello dell’esuberanza del capitale, nella ricostruzione della ratio e dei limiti dell’istituto. Prima della Riforma, lo stretto legame fra oggetto sociale e congruità dei mezzi a disposizione della società per perseguirlo aveva indotto giurisprudenza e dottrina a sostenere l’incompatibilità fra la delibera di riduzione del capitale per “esuberanza” e la fase di liquidazione, incompatibilità motivata da due considerazioni:
– l’impossibilità di valutare l’esuberanza del capitale rispetto ad un oggetto non più perseguibile (essendo “scopo” della società in liquidazione la liquidazione del patrimonio, in primo luogo per la soddisfazione dei creditori ed in secondo luogo per l’attribuzione del residuo ai soci);
– il divieto di ripartizione dei beni sociali ai soci prima del soddisfacimento dei creditori o dell’accantonamento delle somme necessarie a tal fine (art. 2280 c.c.), divieto sanzionato anche penalmente”.
La riduzione effettiva del capitale è ora giustificabile per la tutela dell’interesse sociale e senza porsi in contrasto con questo. In questa fase l’interesse non si identifica col perseguimento dell’oggetto sociale, ma diventa l’ottenimento del migliore risultato economico con la migliore liquidazione delle attività e la riduzione dei costi con la gestione “in economia” della società, che deve dedicarsi esclusivamente alla “conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale”.
Anche il Tribunale di Milano si era espresso in favore di delibere che portassero ad una riduzione dei costi ordinari di gestione delle società in liquidazione, ammettendo sia la trasformazione che la riduzione di capitale per perdite.
La riduzione volontaria del capitale può essere strumentale alla riduzione dei costi di gestione, facendo venir meno i presupposti di conservazione anche assieme alla trasformazione con una delibera da spa ad srl.
Va considerato che “l’operazione di riduzione “effettiva” del capitale sociale è caratterizzata da una tutela dei creditori sociali, che si realizza attraverso il loro diritto di opporsi alla delibera, più incisiva di quella ad essi fornita in relazione alla liquidazione, se si considera che i creditori non hanno alcuna possibilità di assumere iniziative rispetto all’atto ultimo della liquidazione, la redazione e la presentazione del bilancio finale, la cui impugnativa è prerogativa esclusiva dei soci”.
Altro argomento “addotto prima della Riforma a sostegno della tesi dell’inammissibilità di delibere di riduzione del capitale, e cioè il divieto di distribuzione ai soci di anticipi sul riparto finale, sembra superato
Con il secondo comma dell’art. 2491 c.c. sembra superato un argomento a sostegno della non riducibilità del capitale sociale, quando si ammette la possibilità di riparto tra i soci di anticipi sul risultato della liquidazione, ma a condizione che dai bilanci risulti conservata la disponibilità di somme adeguate per i creditori.
Sembra possibile ammettere “che la delibera di riduzione effettiva del capitale nella fase di liquidazione sia legittima, fermo rimanendo che, come si desume dall’art. 2491 c.c., solo i liquidatori potranno poi valutare l’esistenza dei presupposti, anch’essi ricavabili dall’art. 2491 c.c., per anticipare, in esecuzione della delibera di riduzione del capitale, la restituzione ai soci di attività sociali.
Resta responsabilità dei liquidatori verificare, una volta che la delibera di riduzione del capitale sia divenuta eseguibile, che sussistano le condizioni per la materiale esecuzione del rimborso e cioè che questo non incida sui mezzi necessari al soddisfacimento dei creditori sociali; qualora le condizioni previste dall’art. 2491 cod. civ. non sussistano, i liquidatori potranno accantonare le somme da rimborsare ai soci in una riserva “indisponibile” fino al termine della liquidazione ovvero, in analogia con quanto previsto dall’art. 2491 cod. civ., richiedere la “prestazione da parte dei soci di idonee garanzie” per l’eventuale restituzione delle somme incassate”.
Ma quando sia avvenuto che il liquidatore abbia attribuito somme in conto della liquidazione finale e le consistenze residue non siano sufficienti a provvedere a pagare i debiti, dalla norma non è detto come i soci rispondano dell’operato del liquidatore, che ha operato l’illecito.
Inoltre quando dai bilanci annuali dovesse apparire che il patrimonio è in grado di soddisfare i creditori, ma in concreto questo non sia per la mancata esposizione tra i debiti di poste passive invece esistenti a favore di terzi creditori, il tema diventa anche maggiormente articolato.
Non va infatti dimenticato che l’art. 2633 cod. civ. prevede: “I liquidatori che, ripartendo i beni sociali tra i soci prima del pagamento dei creditori sociali o dell’accantonamento delle somme necessario a soddisfarli, cagionano danno ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni. Il risarcimento del danno ai creditori prima del giudizio estingue il reato”.
Dottrina autorevole ritiene che il socio che abbia ricevuto l’acconto si trovi nell’impossibilità di opporsi alla richiesta della ripetizione, anche se questi ha incassato in buona fede, in quanto sussiste un diritto di prelazione dei creditori nei confronti dei soci.
Inoltre sotto il profilo contabile la distribuzione di una acconto non comporta la riduzione del patrimonio netto di liquidazione, ma il sorgere di un credito nei confronti dei soci, credito che comunque è postergato alla soddisfazione dei creditori.
Da ultimo precisiamo che spetta ai liquidatori e non all’assemblea dei soci il potere di distribuire acconti, conclusione che si fonda sulla stessa lettura dell’art. 2491 comma 2 del c.c.
Da un lato quindi avremo la responsabilità del liquidatore, solidale nei casi di più di un liquidatore, salvo l’espressione del suo dissenso sull’operazione, ma anche quella solidale dei soci di SRL ex art. 2476, co. 7° cod. civ., nel caso in cui abbiano deciso la distribuzione degli utili in mancanza delle condizioni prescritte dall’art. 2491, co. 2°, cod. civ.
I soci ancora saranno tenuti, pur non partecipando alla responsabilità dei liquidatori, a soddisfare i creditori sociali nei limiti delle somme che sono state attribuite in applicazione analogica dell’art. 2495, co. 2° cod. civ.
La disposizione sembra applicarsi direttamente solo alle somme riscosse “in base al bilancio finale di liquidazione”, anche se questo dovrebbe registrare gli acconti già versati ai soci, ma non gli utili distribuiti e i finanziamenti rimborsati.
Questo porta a concludere che non sia necessario attendere il bilancio finale per avanzare la pretesa di restituzione da parte dei soci.

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