16 Gennaio 2019

Accertamento fiscale alla società estinta e ai soci

La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia si è pronunciata sul legame tra l’accertamento fiscale a una società estinta e ai soci ritenendo che le sorti dei due accertamenti siano indipendenti (pronuncia n. 3514 depositata il 31 luglio 2018).
Per la Commissione i soci oggetto di accertamento, anche se la società era a ristretta base azionaria, hanno la possibilità di dimostrare di non avere ricevuto redditi la cui provenienza non sia stata dichiarata; nel caso in concreto si sarebbe trattato di sottofatturazione di vendite di immobili. L’affermazione in sé è affascinante se non si considera la difficoltà della prova negativa che in questo modo il socio deve offrire.
I redditi in nero si presumono distribuiti e questo è il presupposto che si deve superare ed è stato chiarito che l’invalidità dell’accertamento nei confronti della società, in quanto estinta, non inficia di per sé l’accertamento nei confronti dei soci, poiché ciò che rileva è la contestazione di un loro maggior reddito da ovunque provenga.
Gli atti impositivi furono emessi sia a carico della società che dei suoi soci con contestazione di un maggior reddito realizzato e occultato, nel corso di diversi esercizi; i contribuenti notificarono all’ufficio i ricorsi contro gli avvisi di accertamento ricevuti.
Nel caso deciso l’ufficio sosteneva che la validità dell’avviso di accertamento trovasse fondamento nel disposto di cui all’art. 28, Dlgs 175/2014, secondo cui, ai soli fini tributari, l’estinzione della società ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione; pertanto, trattandosi di norma procedimentale, la stessa avrebbe operato anche nel caso in esame, con consequenziale legittimità dell’attività di accertamento a carico della società, mentre l’accertamento nei confronti di soci e liquidatore troverebbe fondamento nel disposto di cui agli artt. 2495 cc. e 36 Dpr 602/1973.
Sulla base di questo e della dimensione piccola dei componenti la società troverebbe applicazione, rispetto ai soci, la presunzione di distribuzione degli utili, che giustificava l’imputazione del maggior reddito.
I ricorrenti contestavano la tesi dell’ufficio in quanto ritenevano che l’illegittimità dell’accertamento nei confronti della società producesse l’effetto di impedire analoga operazione nei loro confronti; inoltre, lamentarono che, rispetto ai soci, non potessero essere richiamate le disposizioni di cui agli artt. 2495 cc e 36 Dpr 602/1973, essendo stato intestato l’accertamento nei confronti della società, mancando la prova del riparto di utili ai soci stessi e, per quanto atteneva la posizione del liquidatore, essendo carente la prova di negligenza o di altro comportamento fraudolento.
Ritenevano inoltre che la disposizione di cui all’art. 28, comma 4, Dlgs 175/2014, non avesse efficacia retroattiva e non potesse trovare applicazione.
L’illegittimità dell’accertamento nei confronti dei soci, fondato sulla presunzione della distribuzione di utili extrabilancio, non avrebbe dovuto trovare applicazione per la mancanza di un valido atto di accertamento nei confronti della società, circostanza dovuta al fatto che la società era già estinta al momento dell’accertamento.
La Commissione ha compiuto la rettifica del reddito in capo ai soci con quanto esisteva a sostegno del fondamento nel principio secondo cui nelle società a ristretta base partecipativa i redditi realizzati in nero si presumono distribuiti tra i soci, fatta salva la loro dimostrazione che la distribuzione non vi sia stata.
Si può concludere che l’accertamento nei confronti del socio è indipendente da quello svolto nei confronti della società, nel senso che quest’ultimo ne costituisce unicamente il presupposto di fatto ma non condizione dell’accertamento nei confronti del socio stesso. Questi può confutare non solo l’avvenuta illecita distribuzione degli utili, ma anche la stessa ricorrenza della loro formazione in capo alla società, nel procedimento che direttamente lo riguarda, anche se non ha preso parte al procedimento nei confronti della stessa (in questo senso esisteva già la sentenza della Corte di Cassazione n. 16385/2013, secondo la quale “stante l’indipendenza dei procedimenti relativi alla società ed al singolo socio, non è necessario nel giudizio promosso dal singolo socio, di impugnazione dell’accertamento a lui rivolto a fini Irpef, che l’accertamento dei maggiori ricavi in capo alla società sia divenuto definitivo”).
Ne consegue che, costituendo un valido accertamento, a carico della società, in ordine ai ricavi non contabilizzati, soltanto il presupposto per l’accertamento a carico dei soci circa i dividendi, resta salvo per il socio, che abbia separatamente impugnato l’accertamento a lui notificato, relativo al reddito da partecipazione, senza avere preso parte, o essere messo in grado di farlo, al processo instaurato dalla società al fine della impugnazione dell’accertamento Irpeg, la facoltà di contestare, oltre la presunzione di distribuzione dei maggiori utili sociali, anche la ricorrenza di tale presupposto (cfr Cassazione n. 17966/2013).

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