12 Marzo 2021

Accertamento della concorrenza sleale dell’ex agente

Quando cessa un contratto di agenzia uno dei pericoli che si possono prospettare è la concorrenza dell’ex agente che, se viene compiuta correttamente, va sopportata, ma non quando si travalicano certi limini da sconfinare nella concorrenza sleale.
Di solito il contratto di agenzia individuale disciplina il divieto di concorrenza posto a carico dell’agente sia nel corso del rapporto (l’esclusiva) che dopo la cessazione del contratto di agenzia. Ci occuperemo della concorrenza post contrattuale non regolata nel contratto. Per la contrattuale le norme di riferimento sono l’art. 1751 bis cod. civ., introdotto dal D.Lgs 10/9/91 n°303 e dalla legge n. 422/2000, nonché l’art. 14 dell’A.E.C. del 20 marzo 2002 per il settore industriale. Secondo la normativa richiamata, per la validità del patto di non concorrenza post contrattuale è sufficiente che la pattuizione del divieto risulti da atto scritto, senza cioè che sia necessario specificare, anche la zona, la clientela, il genere di prodotti, la durata, e la relativa indennità, in quanto essi sono determinabili per relationem.
Una pronunzia del Tribunale di Torino ha trattato puntualmente la concorrenza post contrattuale; ci riferiamo all’ordinanza in data 18 settembre 2020 R.G. n. 14495/2020 del Tribunale di Torino, che era chiamato ad esaminare una situazione ove un’impresa, avente ad oggetto la stipulazione per conto di società terze di contratti di fornitura, si avvaleva per tali attività di agenti o procacciatori, che a loro volta aveva stipulato un contratto di mandato di procacciatore di affare e un successivo contratto di subagente, il quale recedeva dal contratto e dopo il recesso costoro continuavano a svolgere l’attività in proprio, sfruttando l’elenco dei nominativi dei clienti che era stato loro assegnato nel corso degli anni.
In particolare, venivano contattati numerosi clienti della istante al fine di proporre un cambio di forniture o per convincerli a non stipulare contratti; numerosi clienti riferivano di avere cambiato fornitore perché la nuova agenzia aveva prezzi più vantaggiosi; alcuni riferivano di avere cambiato offerta senza essere informati della cessata collaborazione; i convenuti avrebbero anche tentato di sottrarre forza lavoro, rappresentando una situazione economica prossima al fallimento della istante o il mancato pagamento agli agenti degli emolumenti maturati. Chiedevano di inibirsi la continuazione dei comportamenti illeciti, tenuti dai convenuti, e l’inibitoria all’esercizio dell’attività di promozione per due anni, stabilendo una penale per il caso di violazione.
Nel caso in concreto non era stato concluso un patto di non concorrenza, ma solo era presente un generico richiamo alla disciplina di cui agli artt. 2125 e 1751 bis cod. civ. secondo i quali il patto deve essere espressamente pattuito in forma scritta, altrimenti opera il consolidato principio secondo cui, venuto meno il rapporto, l’ex agente può svolgere concorrenza al preponente, restando sottoposto alle regole valevoli per qualunque altro soggetto.
In tale ambito è stato, quindi, affermato che, mentre è da considerarsi contraria alle nome di correttezza l’acquisizione sistematica da parte di un ex dipendente o agente, che abbia intrapreso una autonoma attività con utilizzo dei dati dei clienti del precedente datore di lavoro, deve ritenersi fisiologico il fatto che il nuovo imprenditore ex agente per proporre sul mercato la nuova attività acquisisca o tenti di acquisire alcuni clienti già in rapporto con l’impresa per cui in precedenza prestava attività (Cass. 30 maggio 2007 n. 12681).
Già la Suprema Corte e ancora di recente, ha evidenziato che commette un atto di concorrenza sleale vietato l’imprenditore che si appropria di tabulati recanti i nominativi dei clienti e distributori del concorrente, essendo irrilevante il fatto che tali nominativi fossero già noti allo stesso o ai suoi dipendenti (Cass. 31 marzo 2016 n. 6274).
In merito poi al contenuto delle informazioni delle liste dei clienti acquisite si evidenziava come non di per sé sia necessario che le stesse contengano informazioni segrete, rilevanti ai sensi dell’art. 98 Codice della Proprietà Industriale, non esaurendo tali informazioni l’ambio di tutela delle informazioni riservate, che possono essere tutelate ex art. 2598 co. 3 cod. civ. anche al di fuori di casi di cui agli artt. 98 e ss CPI. Più specificamente si è, quindi, affermato che al fine di ravvisare gli estremi di un atto di concorrenza sleale è comunque necessario che “le informazioni acquisite o utilizzate costituiscano un complesso organizzato e strutturato di dati cognitivi, seppur non segretati e protetti”, che superino la capacità mnemonica e l’esperienza del singolo normale individuo e che configurino così una banca dati che, arricchendo la conoscenza del concorrente, sia capace di fornirgli un vantaggio competitivo, che trascenda la capacità e le esperienze del lavoratore acquisito (Cass. 12 luglio 2019 n. 18772).
La stessa giurisprudenza di merito ha affermato che compie atto di concorrenza sleale l’ex agente di una società che, dopo avere iniziato a lavorare per una società concorrente, induca numerosi clienti assicurati con la prima società ad abbandonarla con metodi non conformi alla correttezza professionale (Tribunale Bologna 8 giugno 2006), escludendosi che le liste clienti costituiscano informazioni che possano ritenersi generalmente note al di fuori del rapporto contrattuale esaurito e per finalità ad esso estranee, o di informazioni facilmente accessibili agli operatori concorrenti del settore (Tribunale Milano 20 marzo 2017). È pacifica in giurisprudenza la proteggibilità delle notizie inerenti la clientela e le condizioni economiche ad essa praticate e sono ritenuti proteggibili elenchi contenenti nominativi di clienti e fornitori, le condizioni contrattuali, i prezzi o i preventivi consegnati nelle trattative in corso (Tribunale Milano 23 febbraio 2016).
Sulla base dei principi sopra enunciati, pertanto, ritenuto che le liste prodotte non possano essere considerate quali elementi di conoscenza meramente acquisiti dagli agenti nel corso della loro esperienza lavorativa, ma costituiscano, in ragione della loro complessità ed articolazione, delle notizie riservate, pur non segrete, il cui utilizzo costituisce atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 co. 3 c.c., la pretesa azionata è stata ritenuta fondata sotto il profilo del fumus.
La ricorrente denunciava poi una attività di denigrazione posta in essere dai convenuti rilevanti ai sensi dell’art. 2598 n. 2 c.c. avendo questi criticato il mancato pagamento di provvigioni e lamentato la scorrettezza, tentando di mettere in atto uno storno di dipendenti, riuscito solamente con un dipendente.
Afferma in merito la Suprema Corte che “la concorrenza sleale di cui all’art. 2598 n. 2 cod. civ., consistente nel diffondere notizie ed apprezzamenti sull’attività altrui in modo idoneo a determinarne il discredito, richiede un’effettiva divulgazione della notizia ad una pluralità di persone, e non è configurabile nell’ipotesi di esternazioni occasionalmente rivolte a singoli interlocutori nell’ambito di separati e limitati colloqui” (Cass. 8 marzo 2013 n. 5848). La stessa Corte afferma che “ai fini della configurabilità della concorrenza sleale per denigrazione, le notizie e gli apprezzamenti diffusi tra il pubblico non debbono necessariamente riguardare i prodotti dell’impresa concorrente ma possono avere ad oggetto anche circostanze od opinioni inerenti in generale l’attività di quest’ultima, la sua organizzazione o il modo di agire dell’imprenditore nell’ambito professionale (esclusa la sfera strettamente personale e privata), la cui conoscenza da parte dei terzi risulti comunque idonea a ripercuotersi negativamente sulla considerazione di cui l’impresa gode presso i consumatori, dovendosi apprezzare, ai fini della potenzialità lesiva delle denigrazioni, non solo l’effettiva “diffusione” tra un numero indeterminato (od una pluralità) di persone, ma anche il contenuto fortemente diffamatorio degli apprezzamenti stessi” (Cass. 31 ottobre 2016 n. 22042).
Nel caso di specie la ricorrente ha allegato e documentato comunicazioni dei convenuti con due colleghi e un cliente nelle quali i convenuti lamentavano il trattamento economico ricevuto e il mancato pagamento delle provvigioni, prospettando l’instaurazione di un giudizio per tali ragioni. Non può, pertanto, ritenersi che il contenuto delle affermazioni e il numero e la tipologia cui le stesse sarebbe state fatte siano tali da fare integrare gli estremi di un atto concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 n. 2. cod. civ., per cui neppure può ritenersi rilevante il fatto che una dipendente abbia deciso di non lavorare più per loro.
Difettando il requisito del fumus, le domande dovevano essere respinte, mentre in merito al periculum in mora si evidenzia che lo stesso non può essere escluso per il solo fatto, come afferma la convenuta, che i clienti sono già stati tutti contattati, atteso che tale circostanza, unitamente al fatto che è pacifico che alcuni clienti hanno già anche stipulato nuovi contatti con i convenuti, evidenzia il pericolo che da tali contati derivi un pregiudizio concreto, ovvero che anche ulteriori clienti possano recedere dai contratti o comunque stipulare nuovi contratti con gli agenti convenuti. Pertanto, proprio il rischio del protrarsi dell’attività illecita e dell’aggravarsi delle conseguenze economiche derivanti da tale attività fa ritenere sussistente nel caso di specie l’esistenza del periculum in mora.
Accogliendo la domanda proposta è stata inibita alle convenute la prosecuzione dell’attività illecita. Essendo, in particolare, pacifico che i clienti sono in realtà già stati contattati e alcuni contratti sono già stati stipulati, oggetto di inibitoria deve essere l’ulteriore utilizzo delle liste stesse, nonché la stipula di contratti con i medesimi clienti compresi nelle liste.

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