28 Settembre 2018

Accertamenti tributari sui conti correnti

Qualora l’Agenzia delle Entrate proceda a compiere delle indagini bancarie sui conti correnti possono emergere problemi seri anche per chi sia sempre stato rigorosamente corretto sul piano dichiarativo dei redditi.
Le indagini fanno riferimento a situazioni risalenti nel tempo e la lettura differita dell’operatività rischia di non avere il conforto del ricordo della situazione che ha dato causa ai movimenti compiuti.
È il contribuente che dovrà giustificare i movimenti in entrata e in uscita in modo analitico e preciso, dimostrando che si riferiscono a operazioni non imponibili.
L’articolo 32 del Dpr 600/1973, in tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito di impresa, prevede una presunzione legale relativa a favore dell’amministrazione finanziaria che può essere superata solo attraverso una rigorosa prova contraria fornita dal contribuente, il quale deve dimostrare che gli elementi desumibili dalle movimentazioni bancarie non sono riferibili a operazioni imponibili.
La Commissione tributaria regionale di Bologna con sentenza n. 200/14/18), ha accolto il ricorso in appello presentato dall’Agenzia delle entrate, ritenendo nella parte motiva della propria sentenza che “a mente dell’art. 32 Dpr n. 600/1973 ‘i dati e gli elementi attinenti ai rapporti ed alle operazioni acquisiti e rilevati rispettivamente a norma del numero 7) (…) sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti previsti dagli artt. 38, 39, 40 e 41 se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine’. La norma introduce una presunzione legale relativa – juris tantum – che può essere superata da prova contraria di cui il contribuente è onerato: si tratta di una inversione dell’onere della prova”.
Il principio di diritto ribadito è conforme alla consolidata giurisprudenza di legittimità e ne è stata fatta applicazione con un l’atto impositivo emesso dall’amministrazione finanziaria sulla base di indagini bancarie condotte sui conti correnti di una contribuente persona fisica.
L’operazione è stata compiuta abbastanza semplicemente in quanto l’Ufficio ha considerato la somma delle movimentazioni in accredito e in uscita e ha fatto la sottrazione riprendendo a tassazione l’intera differenza. Il conforto a tale modo di operare deriverebbe dal fatto che la signora avrebbe condotto attività di intermediazione che avrebbero formato redditi non dichiarati ed accertati, elementi raccolti nel computer che ne conteneva traccia e la presunzione sarebbe suffragata da questi essendo significativa la quantità di versamenti e prelievi bancari non altrimenti giustificati e pertanto fiscalmente rilevanti.
Nel caso di specie la prova necessaria a vincere la presunzione non poteva ritenersi formata a beneficio di parte privata; le dichiarazioni raccolte sulla attività della contribuente, erano poi smentite da documenti contrari acquisiti e vertenti su circostanze negative di assai labile peso.
La tesi del contribuente si fondava sul qualificare come attribuzioni gratuite ricevute da un soggetto con cui la stessa intratteneva una relazione sentimentale. La Commissione regionale ha infatti, affermato che è “ancor meno credibile l’ipotesi per cui detti movimenti, per di più nemmeno interamente riferibili al soggetto con il quale la difesa del contribuente assume esservi una relazione sentimentale, possano per loro consistenza, ed in parallelo con la documentazione acclarante il compimento di attività professionali, ridursi al rango di mera regalia”.
La sentenza come detto si inserisce in un consolidato orientamento giurisprudenziale, che afferma che si determina un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili a operazioni imponibili, fornendo una prova non generica, ma analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ciascuna delle operazioni effettuate sia estranea a fatti imponibili (cfr. pronunce nn. 17157/2018, 17133/2018, 14919/2018).
La prova contraria che il contribuente deve fornire consiste nell’analitica dimostrazione dell’irrilevanza di ciascuna operazione finanziaria, non potendo risultare sufficienti profili probatori generici.
Aggiungiamo che l’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 32/2006, ha chiarito che il contraddittorio preventivo, propedeutico all’emanazione dell’eventuale atto impositivo, ancorché non obbligatorio, costituisce un passaggio opportuno e rispondente a esigenze di economia processuale, potendo il contribuente fornire all’amministrazione fiscale, già in una fase precontenziosa, la prova contraria al fine di giustificare le movimentazioni bancarie rilevate in sede istruttoria.
Il suggerimento che riteniamo di dare è quello che il professionista o l’imprenditore non debbano comportarsi con leggerezza nel gestire anche i soldi propri. Può essere opportuno effettuare annotazioni sui rendiconti bancari al fine di ricordare le ragioni di versamenti e prelievi che a distanza di anni e con documentazione non conservata possono mettere in difficoltà.

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