Categorie approfondimento: Societario
8 Novembre 2015

Abuso delle minoranze societarie in assemblea

Di cosa si tratta

Di solito è il socio di minoranza quello che lamenta gli eccessi del socio di maggioranza in assemblea in relazione al potere che questa condizione gli attribuisce di superare la volontà della minoranza, ma un tema analogo si pone quando sia richiesta una maggioranza qualificata per approvare una delibera che non si riesce a raggiungere senza l’adesione del socio minoritario.
Non a caso negli statuti è frequente che si prevedano maggioranze particolari necessarie che sono conseguibili per deliberare solamente se anche il socio di minoranza sia d’accordo.
In questi casi si può parlare di abuso quando la posizione assunta dalla minoranza sia derivata da motivazioni diverse da quelle che sono conformi ai fini sociali in una serie di situazioni.
Se da un lato abbiamo tutte quelle proposte di delibera che la minoranza non condivide e sono frutto di una libera scelta anche tra altre prospettabili, dall’altro la strumentalità della posizione negativa, la mancanza di un fondamento al voto contrario pone una situazione che si è definita di “asimmetria” rispetto al potere che ha il giudice di annullare la delibera che invece la maggioranza dovesse adottare per fini diversi dal perseguimento dell’interesse sociale. In questo caso il giudice ha il potere di sindacare la scelta e di annullare la delibera, mentre nel caso in cui la delibera non abbia conseguito l’approvazione, all’accertamento della sua illegittimità conseguirebbe solamente il risarcimento del danno arrecato, ma non la sostituzione della volontà che non ha conseguito lo scopo.
Il problema che si pone è quello di individuare gli effetti sul piano reale dell’abuso di minoranza. Il rimedio che interpretativamente ha offerto la più recente giurisprudenza è quello di considerare come approvata la delibera attraverso l’eliminazione del voto dei soci di minoranza e così considerare come conseguito un quorum sufficiente per considerarla validamente approvata.
La tesi sembra interessante ma forse nei casi in cui il quorum non sia conseguito, non ai fini della validità della riunione, ma a fini dell’approvazione (il problema del doppio quorum), pensiamo che la forzatura sia eccessiva.
Forse, al di là dell’aspetto reale, potrebbe essere la determinazione della misura del danno che potrebbe essere riconosciuto da risarcire, che si paventa, quella che può consigliare la minoranza di tornare sul tema con un diverso atteggiamento ispirato ai soli fini sociali.
Il tema è stato affrontato dal Tribunale di Milano, dott. G. Mambriani in data 28 novembre 2014, che era chiamato a pronunciarsi sull’ammissibilità della delibera negativa (quella cioè con la quale non si è approvata una deliberazione per mancanza del quorum necessario) volta in tale caso a far dichiarare gli effetti per una delibera che non è stata presa dalla società per la mancata approvazione dell’aumento di capitale in società quotata in mercato regolamentato per la mancata approvazione dovuta al voto espresso da un socio di minoranza qualificata.
Afferma il giudice che anche la delibera assembleare negativa esiste come deliberazione assembleare, in quanto manifestazione di volontà dei soci assunta all’esito del procedimento previsto dalla legge. Se esiste la delibera negativa può essere impugnata nelle forme e nei termini di cui all’art. 2377 cod. civ..
Quando si dovesse accertare l’illegittimità, la delibera negativa deve essere annullata e l’annullamento di una delibera negativa non fornisce tutela alcuna all’impugnante od alla società dei cui diritti fosse riconosciuta la lesione, né costituisce rimedio logicamente congruo alla riconosciuta illegittimità della delibera, poiché è ovvio che si tolga un effetto ad una delibera che, per sua natura, non l’ha.
Prosegue affermando che “accertata l’illegittima considerazione del voto nel quorum deliberativo, il Giudice accerta immediatamente che, espunto il voto illegittimamente conteggiato nel quorum, la deliberazione della società è stata diversa da quella apparente e illegittima, cioè che la proposta all’ordine del giorno è stata approvata (delibera positiva) e non respinta (delibera negativa)”.
È l’impugnazione che impone al Giudice di ripercorrere il procedimento deliberativo, applicando le norme di legge, giungendo all’eliminazione dei voti che, non potendo per legge essere espressi, non potevano essere conteggiati nel quorum assembleare, registrando il risultato deliberativo che vi è stato e che illegittimamente non è stato proclamato.
L’accertamento giudiziale in questi casi si pone naturalmente in un momento anteriore alla fase di proclamazione del risultato della votazione, che è di competenza del presidente dell’assemblea, e, accertata l’illegittimità del voto e del suo conteggio, accerta l’illegittimità della proclamazione del risultato, dichiarando il risultato che immediatamente emerge, in termini di volontà effettivamente e legalmente espressa dall’assemblea.
Dal momento che il Giudice non fa nulla di più di quanto è consentito al presidente dell’assemblea, la pronuncia esprime l’accertamento della volontà effettivamente espressa dall’assemblea e non si pongono ostacoli alla pronuncia giudiziale.
Alla ricostruzione proposta non contrasta la circostanza che l’art. 2373 cod. civ. non imponga al socio in conflitto di interessi di astenersi dal voto; il controllo avviene sui voti effettivamente espressi e si inserisce nella fase di proclamazione del risultato del voto, fase preposta all’esame della legalità dei voti medesimi, di competenza del presidente dell’assemblea e sottoposta al controllo di legalità (artt. 3 comma 1 e 54 comma 1 cost.).
Anche a ravvisare nel fenomeno una componente costitutiva che con la sentenza sostituisce la delibera reale, illegittimamente proclamata, l’ostacolo dato dalla tassatività delle pronunce costitutive (art. 2908 c.c.) sarebbe più apparente che reale.
Poiché il giudizio di impugnazione delle delibere societarie ex art. 2377 c.c. sfocia in una pronuncia costitutiva (l’annullamento), poiché anche la delibera negativa è suscettibile di impugnazione e di annullamento, non si vede come escludere dall’area di quella pronuncia costitutiva (l’annullamento di delibera negativa) quella sua altra faccia data dalla proclamazione del risultato deliberativo. “L’interpretazione sarebbe costituzionalmente dovuta ex artt. 3 e 24, commi 1 e 2, cost., realizzandosi altrimenti un’ingiustificata disparità di trattamento tra provvedimenti che tutti riconoscono l’illegittimità della delibera a seconda che sia positiva o negativa e un’ingiustificata lacuna nella tutela di soci e società contro deliberazioni ugualmente viziate a seconda che la deliberazione assunta sia positiva o negativa”.

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