Categorie approfondimento: Credito e banche, Approfondimenti Homepage
7 marzo 2017

Usura sopravvenuta nei contratti bancari

L’annosa questione dell’usura sopravvenuta nei contratti bancari richiederebbe un intervento del legislatore o della Cassazione a Sezioni Unite. Ci siamo astenuti dal proseguire il dibattito che si era aperto in attesa di attendibilità di posizioni, non diciamo certezze. Sul tema la recente ordinanza del 31 gennaio 2017, n. 2484, della prima sezione della Suprema Corte ha sollecitato l’intervento risolutore delle Sezioni Unite.
Sintetizziamo il problema trattato in concreto dal provvedimento che si inserisce nella problematica dell’applicabilità, anche ai mutui fondiari, della disciplina introdotta con l’entrata in vigore della Legge n. 108/1996. Risolta positivamente questa questione, in quanto la particolarità della fattispecie contrattuale risiederebbe solamente nella non vigenza del divieto di anatocismo (particolarità che peraltro venuta meno con l’entrata in vigore del Decreto legislativo n. 385/1993), dopo la quale “la struttura di tale forma di finanziamento ha perso quelle peculiarità nelle quali risiedevano le ragioni della sottrazione al divieto di anatocismo di cui all’articolo 1283 c.c.”, la Corte affronta il tema dell’efficacia della normativa antiusura sui contratti che erano stati conclusi prima dell’entrata in vigore della Legge n. 108/1996 che sono ancora in corso.
Il problema è proprio quello della sorte dei contratti bancari che, per effetto dell’entrata in vigore della Legge n. 108/1996, siano divenuti “usurari” in un momento successivo alla data della loro stipulazione.
Va ulteriormente ricordato che vi è poi stato un intervento legislativo che avrebbe dovuto risolvere la questione, ma non è quanto è accaduto; ci riferiamo alla legge d’interpretazione autentica introdotta dal D.L. 29 settembre 2000, n. 394, art. 1, convertito nella Legge 28 febbraio, n. 24/2001, che stabiliva che “Ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”, disposizione che avrebbe dovuto chiarire l’ambito applicativo della norma.
L’intento è sostanzialmente fallito come è dato di verificare con il contendere interpretativo tuttora aperto.
Le tesi in campo sono tre; la prima esclude che la non usurarietà del tasso al momento della convenzione originaria legittimerebbe la sua perdurante efficacia per tutta la durata del contratto, relegando nell’ambito della irrilevanza l’eventuale sopravvenuta disposizione imperativa che introduca un tasso soglia inferiore a quello inizialmente convenuto dalle parti. Questa tesi ha avuto conferma nella sentenza 29 gennaio 2016, n. 801 della Corte, la cui massima ufficiale recita: “I criteri fissati dalla Legge n. 108/96, per la determinazione del carattere usurario degli interessi, non si applicano alle pattuizioni di questi ultimi anteriori all’entrata in vigore di quella legge.
Una seconda tesi, che trova un numero maggiore di sostenitori, invece offre una lettura opposta della fattispecie, riconoscendo una rilevanza al fenomeno della c.d. “usura sopravvenuta”. Si ritiene che le modifiche del tasso soglia possano produrre degli effetti anche sui contratti stipulati prima della entrata in vigore della Legge n. 108/96, in quanto il rapporto giuridico, a tale momento, non possa considerarsi ancora esaurito.
Il discorso così si apre alle conseguenze che vanno tratte che per taluno sono un’ipotesi di nullità sopravvenuta ove i tassi soglia fissati nel tempo risultassero inferiori rispetto a quelli contenuti nella convenzione; gli interessi corrispettivi e moratori ulteriormente maturati sarebbero da considerarsi usurari e dunque vanno automaticamente sostituiti, anche ai sensi degli articoli 1419, comma 2 e 1339 c.c., dai tassi soglia relativi ai diversi periodi. La tesi è criticata in quanto la categoria della nullità è incompatibile con valutazioni normative successive al momento della nascita del rapporto.
Altra tesi circoscrive l’incidenza che il menzionato jus superveniens può esplicare sui rapporti contrattuali ancora perduranti. Pur riconoscendo che le norme che prevedono la nullità dei patti che fissano interessi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura non sono retroattive, questo orientamento precisa che tali norme possono implicare l’inefficacia ex nunc (da ora) delle clausole contenenti un saggio di interesse esorbitante, con la conseguenza che il creditore non potrà mai riscuotere un tasso divenuto usurario e, come ribadito dalla  Cassazione, sez. I, 17 agosto 2016, n. 17150, l’inefficacia di tali patti sarebbe rilevabile d’ufficio, sulla base di una semplice allegazione da parte del debitore interessato. Questo impedisce alla norma sostituita di continuare a produrre effetti, in assenza di una espressa scelta legislativa.
Da ultimo, esiste una interessante tesi dottrinale che ritiene di poter superare la sproporzione tra tasso convenuto e tasso pattuito facendo ricorso agli strumenti rimediali volti a fronteggiare le sopravvenienze. La clausola generale di inesigibilità consentirebbe di dedurre dalla pretesa del mutuante la porzione di interessi eccedente rispetto al nuovo tasso soglia e l’originaria pattuizione rimarrebbe valida ma il debitore non potrebbe ritenersi obbligato oltre il tasso massimo consentito dalla legge in vigore al momento dell’adempimento, atteso che per la parte in eccesso l’esecuzione sarebbe inesigibile ex articolo 1375 c.c.
Sino a quando non si avrà un intervento normativo dobbiamo concludere che non sono chiari i presupposti per propendere per una tesi; in linea di massima quando lo sconfinamento del tasso si sia realizzato la tendenziale risposta è positiva al riconoscimento che almeno nella misura dell’eccesso la pretesa non regga.

(Visited 1 times, 5 visits today)