13 maggio 2018

La tassazione della cessione della licenza servizio di taxi

In generale la cessione della licenza per la conduzione dei taxi non è consentita se non in presenza della ricorrenza di specifici presupposti, essendo vietata dal fatto che si tratta di una concessione e il regime è pubblicistico e non liberamente negoziabile.
Nella prassi è operazione ricorrente e, siccome la disponibilità di nuove licenze è limitata, i valori delle autorizzazioni sono elevati e i trasferimenti di titolarità sono effettuati a titolo oneroso.
Il fatto che la cessione sia avvenuta pur in presenza della nullità del contratto non toglie che, quando è stata realizzata l’operazione, il fisco non possa andare a riprendere gli eventuali valori dichiarati.
La licenza per l’esercizio del servizio di taxi è l’elemento base per svolgere l’attività individuale di trasporto di persone e il suo trasferimento, che si presume oneroso, realizza una plusvalenza che concorre alla formazione del reddito d’impresa. Questo è stato affermato dalla sentenza della Cassazione n. 4945 del 2 marzo 2018.
Nel caso di specie era stata omessa dalle parti la dichiarazione della somma pagata e, a seguito di segnalazione del Comune e della quantificazione dell’importo derivante dalla dichiarazione dell’acquirente, che rivelava di aver corrisposto una somma per perfezionare l’acquisizione della licenza, l’Ufficio aveva emesso avviso di accertamento Irpef, attraverso il quale veniva accertata la violazione, ex articolo 39, co. 2, Dpr. n. 600/1973.
Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione e la Corte, rigettandolo, ha dichiarato inammissibili i motivi relativi alla rilevanza della nullità del negozio di cessione della licenza di taxi e ha affermato che “alla ‘cessione’ della licenza … è applicabile la disciplina dettata dall’art. 86 del d.P.R. n. 917 del 1986 (nel nuovo testo, vigente ratione temporis, già art. 54), secondo il quale concorrono alla formazione del reddito d’impresa le plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso dei beni relativi all’impresa, costituendo la licenza un bene immateriale strumentale all’esercizio di tale attività…”.
Il trattamento fiscale del reddito derivante dalla cessione della licenza taxi per i giudici di legittimità deriva dal fatto che l’attività esercitata dal tassista è attività d’impresa. La legge n. 21/1992 (legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea), qualifica i titolari di licenza per l’esercizio del servizio di taxi come “titolari di impresa artigiana di trasporto” (art. 7) e prevede che la licenza sia rilasciata dalle amministrazioni comunali (art. 8) e che, in presenza di determinate condizioni, può essere trasferita, su richiesta del titolare, a persona dallo stesso designata, iscritta nel ruolo dei conducenti di veicoli adibiti ad autoservizi pubblici non di linea (art. 6) e in possesso dei requisiti prescritti (art. 9).
La Corte ha affermato che, ferma restando la regola generale secondo la quale una licenza amministrativa non può essere ceduta in virtù di un semplice accordo tra le parti, la disciplina speciale data dall’art. 9, legge n. 21/1992, consente al titolare della licenza taxi di chiedere al Comune il suo trasferimento, in favore di una persona dallo stesso indicata, previa verifica dei presupposti di legge (qualora il cedente, sia titolare di licenza da almeno cinque anni; abbia raggiunto il sessantesimo anno di età; sia divenuto inabile al servizio per malattia o ritiro della patente).
All’esito positivo della sussistenza dei presupposti, accertabili dall’ente pubblico, questo è tenuto a operare il trasferimento. È questa la prassi che legittima i privati a negoziare le condizioni economiche sulla base delle quali il titolare della licenza manifesta la sua volontà di presentare “richiesta di trasferimento a persona da lui designata”.
Salvo prova contraria da parte del contribuente, la “cessione della licenza” si presume che venga effettuata a titolo oneroso, avendo il bene un valore commerciale di mercato, in quanto bene primario nell’ambito dei beni organizzati per l’esercizio dell’attività individuale di trasporto di persone. L’attività esercitata dal tassista, ex articolo 2195, n. 3, cod. civ., è di natura imprenditoriale ed è di un piccolo imprenditore artigiano ne consegue che la “cessione” della licenza è sottoposta alla disciplina dell’art. 86 del Tuir. Anche se la cessione è nulla per contrasto con norme imperative ex art. 1418 cod. civ., risultando irrilevante la nullità ai fini tributari ove vige il principio della tassabilità dei proventi illeciti “derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo” (art. 14, co. 4, legge n. 537/1993).
Qualora la plusvalenza realizzata con la cessione abbia concorso alla formazione del reddito d’impresa del cedente e non sia stata indicata in dichiarazione la Corte ha ritenuto legittimo l’accertamento effettuato ex art. 39, co. 2, lettera a), Dpr n. 600/1973, potendo l’ufficio utilizzare dati e notizie raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

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