Categorie approfondimento: Societario
7 luglio 2008

Socio d’opera e socio lavoratore: l’attività lavorativa svolta nella società

Di cosa si tratta

Un tema che pare meritevole di approfondimento è quello relativo alle forme di lavoro prestato a favore delle società commerciali e ai rapporti che possono essere instaurati, avuto riguardo a particolari situazioni in cui si colloca il prestatore dell’attività lavorativa, nell’ambito dell’organizzazione societaria.
È evidentemente escluso dalla considerazione in questa sede il mero svolgimento di attività lavorativa di natura subordinata da parte del dipendente della società, per la quale si applica l’ordinaria disciplina lavoristica; così come non si considerano le prestazioni svolte, in favore della società, da soggetti autonomi ed estranei alla struttura aziendale, che troveranno la loro disciplina nel rapporto contrattuale di volta in volta stabilito.
In questa sede si procederà piuttosto di analizzare alcune ipotesi particolari, cercando innanzitutto di chiarire la distinzione tra alcune tipologie di prestazioni che talvolta sono oggetto di confusione; quindi si vedranno i limiti entro i quali si renda compatibile la prestazione di attività lavorativa nell’azienda contestualmente alla partecipazione al capitale sociale.
In primo luogo occorre distinguere tra la figura del c.d. “socio prestatore d’opera” o “socio d’opera” e del “socio lavoratore”.
Il socio d’opera è il soggetto che partecipa alla società conferendo un’attività lavorativa, suscettibile di una valorizzazione economica e in virtù della quale diviene appunto socio. La prestazione dell’attività che definiamo in senso ampio “lavorativa” è dunque il presupposto per l’inserimento del prestatore all’interno della struttura societaria nella qualità di socio e viene dunque espletata in adempimento di obblighi derivanti dal contratto di società e non di un contratto di lavoro.
È evidente come si instauri in questa ipotesi una stretta correlazione tra la prestazione dell’opera e la qualifica di socio, tant’è che il venir meno dell’una può determinare la perdita dell’altra: l’art. 2286 cod. civ. prevede che possa essere escluso dalla società il socio che ha conferito la propria opera nell’ipotesi di “sopravvenuta inidoneità a svolgere l’opera conferita”.
La figura del socio d’opera è ammessa tanto nelle società di persone che nella s.r.l., società di capitali.
Per quanto concerne in particolare la s.r.l., l’art. 2464 cod. civ. prevede che “possono essere conferiti tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica”. Nell’atto costitutivo deve comunque essere prevista espressamente la possibilità di conferire beni in natura, crediti o prestazioni d’opera, altrimenti il conferimento può avvenire solo in denaro.
Nel caso di prestazione d’opera, il conferimento è rappresentato dalla prestazione di una polizza di assicurazione o di una fideiussione bancaria con cui vengono garantiti, per l’intero valore ad essi assegnato, gli obblighi assunti dal socio aventi per oggetto la prestazione d’opera o di servizi a favore della società. Il socio d’opera può anche sostituire la polizza o la fideiussione con un versamento di denaro a titolo di cauzione.
Nella società per azioni non è ammesso il conferimento di prestazioni d’opera da parte del socio, mentre è possibile conferire beni in natura e crediti.
Un’ipotesi “ibrida” è invece quella dell’art. 2345 cod. civ., sempre in materia di s.p.a., il quale prevede che “oltre l’obbligo dei conferimenti” l’atto costitutivo può stabilire l’obbligo dei soci di eseguire “prestazioni accessorie” non consistenti in danaro, determinandone il contenuto, la durata, le modalità e il compenso. In questo caso vengono anche stabilite particolari sanzioni per il caso di inadempimento. La norma stabilisce inoltre che la determinazione del compenso deve avvenire sulla base delle norme applicabili ai rapporti aventi per oggetto le stesse prestazioni, con un richiamo diretto quindi alla disciplina lavoristica applicabile. Viene tuttavia stabilito un particolare regime delle azioni alle quali è connesso l’obbligo delle prestazioni: esse sono nominative e non sono trasferibili senza il consenso degli amministratori.
Al di là comunque della disciplina di dettaglio, per quanto riguarda la figura del socio d’opera, il concetto di fondo è che la prestazione dell’opera avviene nel contesto del contratto sociale, in quanto utilità che viene conferita per assumere la qualifica di socio.
Completamente diversa è la figura del “socio lavoratore”, intendendosi con tale espressione il socio che, a prescindere dalla sua qualifica sociale, svolge un’attività lavorativa a favore della società ma in virtù di un distinto contratto di lavoro.
Sull’ammissibilità, in termini generali, di questa figura la dottrina e la giurisprudenza sono da tempo orientate in senso positivo.
Stiamo parlando dell’ipotesi di lavoro subordinato, in relazione al quale si pongono alcuni aspetti di criticità circa la compatibilità tra le due posizioni di socio e di dipendente. Se infatti caratteristica peculiare di questo rapporto di lavoro è la subordinazione, dovrà essere verificata in concreto la sussistenza del presupposto, rendendosi altrimenti incompatibili le posizioni di socio e di dipendente laddove il dipendente non sia effettivamente “subordinato”.
Nelle società di persone la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato tra la società e il socio è considerata un’eccezione ed è ammissibile nella sola ipotesi in cui il socio presti la sua attività lavorativa sotto il controllo gerarchico di un altro socio munito di supremazia. Come si è osservato in dottrina “non vi può essere subordinazione verso se stessi”: ciò significa che dovrà essere valutata la posizione del socio e, laddove sia socio di maggioranza o abbia poteri gestori all’interno della società, dovrà essere esclusa la possibilità di stipulare un contratto di lavoro subordinato. Così, ad esempio, nelle s.a.s. viene ritenuto configurabile il cumulo in relazione al socio accomandante, estraneo alla gestione sociale, mentre è escluso in relazione al socio accomandatario, cui è affidata l’amministrazione della società.
Per quanto riguarda le società di capitali, il tema si pone più o meno negli stessi termini, ma vi è un importante supporto normativo in ordine all’ammissibilità del cumulo: gli articoli 2349 e 2441 cod. civ., in materia di s.p.a., che si occupano rispettivamente della possibilità di assegnazione di “speciali categorie di azioni” ai “prestatori di lavoro dipendenti delle società o di società controllate” (art. 2349) e all’offerta in sottoscrizione ai dipendenti delle azioni di nuova emissione (art. 2441). Si tratta comunque di due casi particolari e, per certi versi, opposti alle situazioni qui considerate, nel senso che in questi casi all’originaria posizione di dipendente viene successivamente cumulata la posizione di socio, con caratteristiche anche peculiari (l’art. 2349 stabilisce che, in relazione alle azioni assegnate, devono essere stabilite “norme particolari riguardo alla forma, al modo di trasferimento e ai diritti spettanti agli azionisti”).
Le situazioni di cui trattiamo, invece, sono quelle in cui all’originaria posizione di socio si intenda cumulare quella di dipendente, poiché è in questi casi che si pone maggiormente il tema della compatibilità e della sussistenza effettiva del requisito della subordinazione. In queste ipotesi saranno semmai le norme in materia di conflitto di interessi a stabilire i limiti entro cui possa essere sottoscritto un contratto di lavoro con il socio, ferma restando la sussistenza delle caratteristiche tipiche del rapporto subordinato.
Si pone così una graduatoria delle varie posizioni in cui il socio può trovarsi all’interno della società e, quindi, i limiti alla stipulazione del contratto di lavoro subordinato.
In giurisprudenza si esclude la possibilità di cumulo nel caso di socio unico azionista, in quanto la concentrazione delle azioni o delle quote, nonostante l’esistenza della società come distinto soggetto giuridico, esclude l’effettiva soggezione dell’unico socio alle direttive di un organo societario.
Figura equiparata al socio unico è a quella del socio sovrano o tiranno, per il quale si pone tuttavia il problema del “riconoscimento” di tale posizione all’interno della società.
Problematica è l’ammissibilità del cumulo nell’ipotesi di socio di maggioranza, anche se non si può escludere in linea di principio e occorre procedere ad una valutazione in concreto, caso per caso. In questa ipotesi, sarà onere del socio dimostrare, in relazione al rapporto di lavoro, la sussistenza di un’effettiva subordinazione al potere direttivo, disciplinare e di controllo dell’organo amministrativo della società; tuttavia la detenzione di quote o azioni sufficienti ad assicurare la maggioranza richiesta per la validità delle deliberazioni assembleari, con le quali può essere disposta la revoca degli amministratori, rimane un elemento formale di difficile superamento.
Un altro aspetto che interferisce in relazione all’ammissibilità del cumulo delle posizioni socio e di dipendente della società è data dall’eventuale assunzione della carica di amministratore da parte del soggetto coinvolto: il tema solleva alcuni profili particolari, che vengono esaminati in altro articolo nel sito (L’amministratore e l’attività lavorativa svolta a favore della società).