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16 maggio 2017

Società in accomandita semplice: il recesso dell’accomandante

Abbiamo già prestato attenzione alla società in accomandita semplice come strumento di protezione patrimoniale (nel sito cfr.: “Tutela patrimoniale e quote di società in accomandita semplice”); vediamo ora dall’interno la posizione dell’accomandante i cui diritti vengano compressi dall’amministratore, l’accomandatario.
L’articolo prende spunto da un caso trattato in concreto in cui esisteva una società a responsabilità limitata con soci il marito nella quota di maggioranza e amministratore unico e la moglie con una piccola quota.
Morto l’imprenditore la società si trasformava in società in accomandita semplice con l’ingresso dei figli quali accomandanti e la moglie assumeva la qualità di l’accomandataria; morta anche lei, restavano soci i figli, tutti accomandanti con quote uguali tra loro.
Come è noto, se entro sei mesi non viene nominato almeno un accomandatario i soci accomandanti devono nominare un amministratore provvisorio (art. 2323 cod. civ.).
Dopo la trasformazione della società era cessata l’attività produttiva e in capo alla società rimaneva la proprietà di vari fabbricati, già utilizzati dall’impresa ed altri acquisiti nel tempo, sostanzialmente il patrimonio immobiliare delle famiglie dei fratelli.
Nessuno si era occupato attivamente della società, che annualmente aveva comunque distribuito degli utili, e nessuno, salvo la gestione contabile e fiscale ad opera di professionista, aveva mai gestito il patrimonio immobiliare tanto da lasciare anche sfitti i fabbricati.
Il nostro incarico era di verificare la gestione del periodo, quasi ventennale, per la valutazione tra la prosecuzione della qualità di accomandante o l’uscita dalla società oppure più complessivamente la scelta di mettere in liquidazione la società.
Avendo ottenuto di assumere la carica di accomandatario con altri due fratelli, il cliente ha ottenuto in fatto l’accesso all’esercizio dei poteri di controllo che in precedenza era compresso senza dovere dare evidenza ai limiti di accessibilità ai documenti sociali ex art. 2323 ult. comma cod. civ..
Salvo il fatto che poi in concreto l’accessibilità non sia così illimitata, la nomina quale accomandatario ha fatto decadere la possibilità di recedere dalla società; in tale senso si è infatti pronunciato il tribunale di Milano con sentenza in data 18 ottobre 2016, conforme a Cassazione n. 1602/2000.
Allo stato quindi dopo avere regolarizzato la posizione della società sia su un piano formale che sostanziale, si effettueranno le prossime mosse sulla base della migliore focalizzazione degli interessi del cliente e delle migliori utilità da perseguire in relazione all’ottenimento di risultati economici utili.
Merita di essere focalizzato l’indirizzo giurisprudenziale richiamato. La sentenza infatti afferma che: “Costituisce giusta causa di recesso del socio accomandante l’inadempimento dell’accomandatario all’obbligo di dare accesso alla documentazione sociale atteso che essa va ricondotta (così come i rapporti di lavoro, di mandato, di apertura di credito e per tutti quelli cui la legge attribuisca particolari effetti al concetto di ‘giusta causa’) alla altrui violazione dei doveri di fedeltà, lealtà, diligenza o correttezza inerenti la natura fiduciaria del rapporto sottostante”.
A nostro avviso si omette di indicare anche la “buona fede”; proprio negli assetti stabili dei rapporti è sempre questo elemento sottostante e per il quale si arriva poi a riallineare, in caso di violazione, i motivi del comportamento; una volta individuato si può assumere che sia quello determinante al riconoscimento della misura.

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