L’estinzione delle società conseguente
alla cancellazione: gli effetti.

a cura di Avv. Alberto Agnelli
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Di cosa si tratta

Alcune recenti sentenze della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sentenze nn. 4060, 4061 e 4062 del 22/2/2010) hanno fatto il punto sul tema della cancellazione delle società e dei suoi effetti.
Vari sono gli aspetti che sono stati considerati, tra i quali l’estensione delle norme e la loro applicabilità alle società di capitali (s.r.l., s.p.a. e s.a.p.a.) e alle società di persone (s.n.c. e s.a.s.), la natura della comunicazione in Camera di Commercio dell’avvenuta cancellazione (pubblicità dichiarativa o costitutiva), gli effetti della cancellazione, prima e dopo l’entrata in vigore della riforma del diritto societario (1° gennaio 2004), l’estinzione delle società e i suoi effetti sul piano delle responsabilità residuali.
Non è il caso, in questa sede, di addentrarci nelle complesse questioni giuridiche che sono illustrate, nella loro evoluzione storica, dalla Suprema Corte nelle motivazioni delle sentenze citate. Si cercherà solo di offrire una rapida sintesi del panorama pre e post riforma in materia di cancellazione ed estinzione delle società, per poi descrivere le conclusioni a cui perviene oggi la Corte di Cassazione.
Nel panorama pre-riforma, cioè nel periodo anteriore al 1° gennaio 2004, la giurisprudenza era orientata a ritenere che la comunicazione di avvenuta cancellazione della società in Camera di commercio avesse un effetto meramente dichiarativo, in linea con il principio generale che vale per le iscrizioni al Registro delle imprese. Ciò significava che la formalità della cancellazione, in quanto tale, non produceva alcun effetto significativo, tanto meno la “liberazione” dai debiti residui. L’evento che determinava l’estinzione vera e propria delle società era individuato nella “cessazione dell’attività imprenditoriale”, cioè la definizione integrale di ogni rapporto pendente e riferibile alla società. Solo con la "cessazione" si aveva “estinzione”, mentre la mera formalità della cancellazione non produceva estinzione della società.
In pratica, se una società veniva cancellata dal Registro delle imprese ma aveva ancora rapporti verso terzi da regolare (debiti o crediti), si sosteneva che vi fosse una “prosecuzione della capacità giuridica e della soggettività delle società commerciali, anche dopo la cancellazione dell’iscrizione nel registro delle imprese e dopo il loro scioglimento e la successiva liquidazione del patrimonio”. La società cancellata avrebbe quindi mantenuto una limitata prosecuzione della capacità, anche in sede processuale (per eventuali giudizi pendenti).
Il problema era che la “cessazione dell’attività”, a differenza della cancellazione, non era una situazione risultante dal Registro delle imprese e quindi si poneva il tema del momento di decorrenza di tale condizione e del prodursi del suo effetto più rilevante, cioè l’estinzione della società.
Il tema si pose con riferimento al fallimento dell’impresa entro l’anno dalla cancellazione e alla disparità di trattamento tra imprese individuali e imprese collettive. La Corte Costituzionale, intervenuta nel 2000, sanciva che il momento della decorrenza dell’anno entro il quale rischiare di fallire doveva essere individuato nel momento della cancellazione sia per le imprese collettive che per quelle individuali.
Da quella sentenza si cominciò a riconsiderare il tema degli effetti della cancellazione, sotto vari profili, fino ad arrivare alla riforma del 2003, entrata in vigore il 1° gennaio 2004, che ha espressamente considerato il tema.
Con la riforma, infatti, è stato introdotto all’art. 2495, comma II, un inciso preliminare che, in materia di cancellazione delle società di capitali, dice “ferma restando l’estinzione della società”. Da questo inciso si evince che la cancellazione comunicata in Camera di commercio e iscritta al Registro delle imprese produce oggi l’effetto dell’estinzione della società di capitali, dotate di personalità giuridica (s.r.l., s.p.a., s.a.p.a. e cooperative).
La cancellazione, dunque, è l’ultimo onere dei liquidatori, una volta approvato il bilancio finale di liquidazione e determina l’estinzione delle società di capitali. Dopo la cancellazione – estinzione della società, gli eventuali creditori insoddisfatti potranno far valere i loro crediti nei confronti dei soci, nei limiti delle somme da questi percepite in base al bilancio di liquidazione: il principio, infatti, è che la responsabilità dei soci sia comunque limitata, anche dopo l’estinzione della società, “a concorrenza di quanto riscosso nel riparto del capitale sociale”. Inoltre, è fatta salva la possibilità di agire anche nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento del credito è dipeso da una loro colpa.
Alla luce del nuovo art. 2495, comma II, che si applica alle società di capitali, si è pervenuti a un ripensamento dell’impostazione della questione anche con riferimento anche alle società di persone, in virtù di “una lettura costituzionalmente orientata della norma” – come si dice nel linguaggio delle Corti.
Le sentenze citate, dunque, sanciscono che la cancellazione dal Registro delle imprese determina l’estinzione anche per le società di persone. La differenza, rispetto alla disciplina delle società di capitali, riguarda la responsabilità sussidiaria dei soci che rispondono illimitatamente, dopo l’estinzione, nei confronti degli eventuali creditori insoddisfatti.
Il principio “cancellazione = estinzione” si applica, come detto, alle situazioni successive all’entrata in vigore della riforma. La norma dell’art. 2495 (e la successiva interpretazione giurisprudenziale) è produttiva di effetti per le cancellazioni successive al 1° gennaio 2004.
Per questo motivo la Corte ha affrontato e risolto anche il tema relativo alle situazioni a cavallo tra vecchio e nuovo regime.
In particolare ha stabilito che le società cancellate dal Registro delle imprese prima del 2004 (quando la cancellazione non produceva automaticamente l’effetto estintivo) si considerano estinte alla data del 1° gennaio 2004.
Da tale data, dunque, le società già cancellate ma ancora “in vita”, perché magari avevano in corso un giudizio, sono estinte, con la conseguenza che tutti i rapporti pendenti nei loro confronti cessano in quanto tali. L’espressione utilizzata è impropria, ma serve a tradurre i concetti giuridici di capacità e legittimazione sostanziale e processuale e a sintetizzare il percorso argomentativo della Corte nella motivazione delle sentenze.
Per cercare di chiarire ulteriormente il tema, vale la pena di sintetizzare uno dei casi esaminati dalla Corte: una società aveva agito nei confronti di un suo debitore e aveva vinto la causa, anche in appello, nel 2001; nel frattempo la società era posta in liquidazione e veniva poi richiesta la cancellazione dal Registro delle imprese. Pendente ancora il rapporto con quel debitore, la società, sebbene cancellata, non aveva ancora “cessato” ogni attività imprenditoriale; tanto è vero che il liquidatore della società intimava precetto al debitore ancora nel 2002. Questo comportamento era coerente con l’impostazione giurisprudenziale ante riforma. Successivamente il debitore si opponeva all’esecuzione e così si apriva un giudizio di opposizione, che proseguiva negli anni, fino ad arrivare al giudizio in Cassazione e alla sentenza del febbraio 2010. Nel frattempo, tuttavia, era entrata in vigore la riforma (1° gennaio 2004).
Nel decidere la questione, la Cassazione ha preso atto dell’entrata in vigore della riforma e ha sancito che la società, già cancellata in precedenza, si è estinta a far data dal 1° gennaio 2004. Da quel momento, la società non esisteva più giuridicamente, né aveva più capacità di stare e resistere nel giudizio di opposizione pendente; né poteva ricorrere in Cassazione, giudizio che era stato appunto introdotto nel 2007 dalla società, estinta però nel 2004. Il ricorso in Cassazione è stato quindi giudicato inammissibile, poiché la società, “ormai inesistente” dal 2004, non aveva titolo per proporlo nel 2007.
Grazie alle tre sentenze delle Sezioni Unite della Cassazione, il tema della cancellazione e degli effetti che ne derivano sembra aver trovato un’importante definizione per il futuro. Tenuto conto dei tempi della giustizia italiana, non è purtroppo escluso che le tre sentenze servano anche a risolvere vicende del passato, laddove vi siano società cancellate (e ormai sicuramente estinte) le cui pendenze si trascinano ancor oggi, dentro o fuori le aule giudiziarie.

(redatto in data 10 marzo 2010)


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