8 giugno 2018

La sede direzionale non è stabile organizzazione

La Corte di Cassazione, con sentenza depositata il 18 maggio 2018, è tornata sul tema della «stabile organizzazione» ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, chiarendo in quali casi si configura una stabile organizzazione di società straniera in Italia.
Il ricorso in Cassazione era stato promosso dall’Agenzia delle Entrate, già soccombente di fronte alle Commissioni tributarie territoriali, per veder accertato il diritto dell’Ufficio di sottoporre a imposizione IVA le operazioni compiute nei confronti del Gruppo di appartenenza da parte di due società francesi, aventi sede legale in Francia e con una “sede di direzione” in Italia.
La Cassazione ha respinto il ricorso dell’Agenzia ricordando che, in tema di IVA, la nozione di «stabile organizzazione» va desunta dall’art. 5 del Modello di Convenzione Ocse contro la doppia imposizione e dal suo Commentario, con l’integrazione dei requisiti prescritti dall’art. 9 della Sesta direttiva Cee n. 77/388 del Consiglio del 17 maggio 1977 per l’individuazione di un “centro di attività stabile”.
Quest’ultimo consiste in “una struttura dotata di risorse materiali ed umane, e può essere costituito anche da un’entità dotata di personalità giuridica, alla quale la società straniera abbia affidato anche di fatto la cura di affari”, con esclusione delle attività di carattere meramente preparatorio o ausiliario, quali la prestazione di consulenze o la fornitura di know how.
La prova dello svolgimento di tale attività da parte del soggetto nazionale può essere ricavata anche da elementi indiziari, quali l’identità delle persone fisiche che agiscono per l’impresa straniera e per quella nazionale, ovvero la partecipazione a trattative o alla stipulazione di contratti, indipendentemente dal conferimento di poteri di rappresentanza.
Dunque, in materia di IVA, per la definizione di «stabile organizzazione» occorre riportarsi al concetto di «centro di attività stabile», cui fa riferimento la sesta direttiva, n. 77/388/CEE, art. 9, comma 1, come interpretata dalla giurisprudenza della Corte di giustizia.
Ebbene, secondo il consolidato orientamento della Corte di giustizia, “per poter essere considerato un centro di attività cui si riferiscono le cessioni di beni o le prestazioni di servizi di un soggetto passivo, è necessario che tale centro di attività presenti un grado sufficiente di stabilità e una struttura idonea, sul piano del corredo umano e tecnico, a rendere possibili in modo autonomo le operazioni di cui trattasi”, mentre non costituisce “un centro di attività stabile un’istallazione fissa utilizzata al solo fine di effettuare, per conto dell’impresa, attività di carattere preparatorio o ausiliario quali l’assunzione del personale o l’acquisto dei mezzi tecnici necessari allo svolgimento delle attività dell’impresa”.
Secondo la Corte di Cassazione, alla luce delle considerazioni svolte, non è condivisibile l’assunto dell’Agenzia delle Entrate, secondo cui l’esistenza in Italia di una sede di direzione della società varrebbe a configurare una stabile organizzazione della società ai sensi dell’art. 5 del modello di convenzione OCSE.
In particolare, nel caso concreto esaminato dalla Corte e, prima, dai giudici di merito, la valutazione sostanziale delle circostanze di fatto ha portato a ritenere che la sussistenza in Italia di “una sede di direzione” della società straniera non costituisca una circostanza idonea ad integrare il presupposto della stabile organizzazione del territorio dello Stato, necessario per l’imponibilità delle prestazioni rese al Gruppo societario di appartenenza.
Secondo la Commissione tributaria regionale, il fatto che le riunioni di alcuni manager del Gruppo fossero avvenute nel territorio italiano non poteva essere considerato una circostanza sufficiente ai fini della configurabilità di un «centro di attività stabile» di cui alla normativa europea, non essendo emersa la sussistenza di una struttura idonea e di un apporto umano e tecnico.

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