11 aprile 2018

Il riconoscimento della qualità di agente

Il riconoscimento della qualità di agente, al quale si può avere interesse in quanto produce una serie di effetti ulteriori al rapporto che viene riconosciuto stabile e duraturo, passa necessariamente da varie dimostrazioni quando la qualità sia controversa.
La sentenza (scarica il testo) del Tribunale di Milano in data 27 marzo 2018, n. 3919, pubblicata il 5 aprile 2018, resa dalla Dr.ssa Ilaria Gentile, in un giudizio nel quale eravamo difensori dell’impresa, ha puntualmente reso conto della delicatezza della ponderazione necessaria degli elementi per riconoscere oppure negare l’esistenza della qualità.
La posizione era ed è ancora delicata in quanto, oltre a questo giudizio, pende anche altro avanti la Corte di Appello di Roma nel quale chi rivendicava nel giudizio di Milano la qualità di agente era stato considerato tale da Enasarco, che nel corso di un’ispezione aveva ripreso ad agenti altri operatori; il Tribunale di Roma in primo grado aveva negato la qualità agenziale e aveva respinto le richieste anche di Enasarco.
L’attuale sentenza afferma “in conclusione, non è emersa prova scritta proveniente dall’impresa dell’esistenza di un contratto tra le parti che prevedesse l’obbligo (e non una mera facoltà) dell’operatore di promuovere i prodotti in una determinata zona”.
La centralità del punto è nuovamente ripresa nella sentenza quando, considerata la documentazione agli atti ha ritenuto: “detti documenti sono certamente idonei a dimostrare che l’operatore ha svolto attività di procacciatore d’affari nell’interesse dell’impresa (per venti anni), ma non dimostrano anche l’esistenza di un obbligo dell’operatore di svolgere stabilmente e continuativamente attività di promozione in favore dell’impresa”.
Il punto centrale della differenza è l’obbligo di operare; anche ricorrendo la stabilità e la continuità se non c’è l’obbligo di svolgere una certa attività non si può qualificare il rapporto come di agenzia.
Riteniamo che l’accoglimento di questo decisivo elemento differenziale, che già abbiamo ripetutamente e in più sedi ribadito, debba essere principio che vada consolidato; la Suprema Corte insiste con costanza sulla stabilità e la continuità, ma con questi due elementi non si arriva con certezza al risultato di un oggettivo criterio differenziale.
La sentenza ha respinto la domanda di vedere riconosciuto un contratto di agenzia in quanto è mancata la prova su vari fronti sui quali era l’operatore tenuto a fornirla; così è da dire per la mancanza di “alcuna scrittura negoziale” sottoscritta dalla mandante che desse un incarico ad operare per l’impresa, né dall’operatore che non ha provato di avere chiesto la redazione del contratto per iscritto, neppure quando si sarebbe preteso interrompere il rapporto per giusta causa, sostenuta dall’operatore. “Tanto basta ed avanza alla reiezione della domanda” afferma il giudice che si diffonde poi in altre articolate affermazioni, ma che al fine del decidere esprime un concetto dirimente centrale.
È certo che con venti anni di collaborazione commerciale continuativa può sembrare facile arrivare alla conclusione opposta e questo è quanto accade con la giurisprudenza di legittimità che, per trattare il tema solamente in diritto, non ha percezione della realtà in modo adeguato e diretto, come invece è possibilità che ha il giudice del merito che sente i testimoni e trae conclusioni.
Quanto riportato conforta la risposta costante che diamo a chi ci chiede di scrivere il contratto per il procacciatore; non va prodotto nessun scritto in occasione di accordi con i procacciatori di affari; i contratti scritti da altri che nel tempo abbiamo visto sono tutti fatti come per pararsi dall’evenienza della riqualificazione del contratto ed andando a contenere più asserzioni negative che positive.
Se esiste un accordo quadro di operare tra le parti e da questo scaturiscono effetti utili che le parti traggono, il rapporto è di agenzia quando questo è quanto le parti vogliono e il contratto va scritto anche esistendo un obbligo in tale senso.
La mancanza di documentazione è già un segnale di quanto le parti vogliono e, come in altra sede abbiamo già scritto (nel sito cfr.: “Procacciatore e agente: la differenza”), è giusto che l’agente vero abbia il riconoscimento della qualità dell’accordo che ha concluso, mentre rapporti altrimenti riconducibili a condotte diverse non possano coronare quel obiettivo.
Così è a dire del concorso con la veste di rivenditore nelle più varie forme dove più che collaborazione allineata vi è la ricerca di un punto di equilibrio nel contrasto degli interessi che si realizza nel perseguimento di obiettivi economici.
Preferiamo limitarci a poche note e lasciamo alla lettura della sentenza che alleghiamo nel sito.

(Visited 1 times, 8 visits today)