4 luglio 2018

Residenza fiscale all’estero: la Cassazione conferma l’obbligo dell’iscrizione all’AIRE

La Corte di Cassazione ha ribadito che ai fini del trasferimento della residenza fiscale all’estero è obbligatoria l’iscrizione all’AIRE; con più precisione, ha affermato che il trasferimento della residenza all’estero non rileva fino a che non risulti la cancellazione dall’anagrafe di un Comune italiano.
Con la sentenza n. 16634 del 25 giugno 2018 gli ermellini hanno spento, forse definitivamente, le speranze che aveva suscitato la sentenza n. 64/07/2017 con cui la Commissione Tributaria Regionale Puglia aveva ritenuto l’iscrizione all’AIRE non necessaria ai fini del riconoscimento del “trasferimento fiscale” all’estero di un contribuente.
Detta sentenza era stata oggetto di un apposito articolo (Mancata iscrizione all’AIRE), tuttavia occorre ripercorrerne i più importanti passaggi al fine di meglio comprendere la decisione della Cassazione.
La questione su cui la CTR Puglia era stata chiamata a pronunciarsi muoveva dall’impugnazione di due distinti avvisi di accertamento, per mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, a carico di un soggetto che aveva dichiarato che la propria residenza fiscale fosse all’estero.
Il profilo particolare della questione consisteva nel fatto che il contribuente, pur essendo residente in uno stato estero, non risultava iscritto all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero negli anni oggetto di accertamento e che vi era stata un’iscrizione tardiva all’AIRE.
Ora, l’applicazione letterale dell’art 2, comma 2, del D.P.R. 917/86 (TUIR) avrebbe risolto il tema con facilità dato che in tale sede si prevede che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente” ovvero hanno nel territorio italiano il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile. Risulta quindi evidente che il presupposto formale essenziale per radicare la propria residenza fiscale in uno Stato diverso dall’Italia viene riconosciuto dalla norma nell’iscrizione all’AIRE e raramente la giurisprudenza di merito si è discostata dal tenore letterale della previsione del TUIR.
La CTR Puglia aveva sorprendentemente affermato che la tardiva iscrizione all’AIRE non fosse sufficiente “a far ritenere il contribuente fiscalmente residente nel territorio italiano ai sensi dell’art. 2, comma 2, del dPR n° 917/86 e, quindi obbligato alla presentazione del Mod. Unico”.
Tale decisione veniva fondata sul fatto che il “contribuente a mezzo della pertinente documentazione prodotta agli atti” aveva dimostrato che negli anni d’imposta accertati, era residente all’estero e “che ivi svolgeva la propria attività lavorativa, ivi dichiarava i propri redditi e ivi pagava le relative imposte”. Tali circostanze di fatto venivano ritenute sufficienti a provare la residenza fiscale estera del contribuente, superando la portata presuntiva dell’art. 2, comma 2 del TUIR, poiché “l’applicazione di qualsivoglia strumento presuntivo non può avvenire in maniera asettica e automatica, dovendo esso, per converso, avere riguardo necessariamente alla reale capacità contributiva ex art. 53 C., nonché evitare una inammissibile duplicazione d’imposta”.
I giudici tributari avevano quindi operato una lettura del TUIR attraverso i principi costituzionali fornendo così un’interpretazione che si discostava dall’orientamento dalla giurisprudenza di legittimità.
Avevamo accolto con favore la pronuncia della CTR Puglia che sostanzialmente recepiva una corrente giurisprudenziale della Corte di giustizia dell’Unione europea, peraltro più volte da noi sostenuta avanti le Commissioni Tributarie, che aveva sostenuto che il luogo di residenza di un soggetto dovesse essere individuato in relazione alla volontà del soggetto stesso ovvero alle circostanze oggettive che collegano il soggetto al territorio.
Tuttavia, con la sentenza n. 16634 la Corte di Cassazione è stata lapidaria nel riportare la questione nell’ordinario solco giurisprudenziale; nel provvedimento si afferma infatti che va “dato seguito alla giurisprudenza di questa Corte … secondo cui le persone iscritte nelle anagrafi della popolazione residente si considerano, in applicazione del criterio formale dettato dall’art. 2 d.p.r. 917/1986, in ogni caso residenti, e pertanto soggetti passivi d’imposta, in Italia; con la conseguenza che…il trasferimento della residenza all’Estero non rileva fino a quando non risulti la cancellazione dall’anagrafe di un Comune italiano”.
Sulla base di tale considerazione la Corte ha ritenuto che sussistesse in capo al contribuente l’obbligo dichiarativo e che l’imposta si dovesse applicare ai sensi dell’art. 3 del TUIR.
Non possiamo che ritenere che ancora una volta la Corte di Cassazione abbia preferito perseverare nel proprio orientamento piuttosto che dare un’interpretazione della norma più vicina ai principi e ai diritti propri dell’Unione europea.

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