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1 giugno 2018

I poteri di controllo del socio accomandante

Questione ancora dibattuta è il tema di quali poteri abbia l’accomandante di una società di persone in relazione alla previsione dell’art. 2320 cod. civ., che li limita ad “avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite, di controllarne l’esattezza, consultando i libri e gli altri documenti della società”.
Il socio accomandante non ha il potere di accedere alla documentazione sociale integralmente, in quanto i poteri riconosciuti al socio accomandante sono diversi e più limitati di quelli del socio di società semplice; è sufficiente leggere l’art. 2261 cod. civ., per il quale “i soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizia dello svolgimento degli affari sociali, di consultare i documenti relativi all’amministrazione e di ottenere il rendiconto quando gli affari per cui fu costituita la società sono stati compiuti”. Ovviamente il tema non si pone per la società in nome collettivo essendo tutti i soci anche amministratori.
Deve ritenersi che gli accomandanti non hanno il diritto di avere dagli amministratori notizie circa la gestione dell’impresa sociale e nemmeno il diritto di consultare i libri ed i documenti nel corso esercizio.
Lo strumento processuale a disposizione del socio accomandante per controllare l’esattezza del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite alla cui esibizione ha diritto, è il giudizio di rendiconto di cui all’art. 263 c.p.c. non essendo utilizzabile il ricorso ad un generico provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. per la mancanza di residualità in quanto esiste uno strumento specifico.
In questi termini si è pronunciata la Sezione Specializzata in materia di impresa del Tribunale di Roma in data 13 febbraio 2018 che in sede di reclamo su provvedimento adottato in sede d’urgenza ha rigettato la domanda.
La sentenza richiamata è il provvedimento adottato sul reclamo al collegio del tribunale dopo avere introdotto la richiesta di un provvedimento urgente ex art. 700 c.p.c., che è stato respinto.
Il tribunale ha affermato che non è possibile compiere l’equiparazione tra i poteri del socio di una società a responsabilità limitata e una in accomandita semplice in quanto per gli accomandanti hanno solo quegli specifici poteri indicati dall’articolo 2320 c.c., che è inderogabile in quando questa dispone “in ogni caso”.
Affermato questo, il “contemperamento” della limitazione di accesso ai documenti sociali è realizzato dal potere di controllo, che è diritto indisponibile di avere comunicazione del bilancio per verificarne l’esattezza e di impugnare il bilancio stesso, aprendo un giudizio di legittimità dello stesso.
Quindi non esiste un controllo pieno e i poteri non sono analoghi a quelli previsti dall’art. 2261 c.c. dati per la s.n.c., perché il sindacato “verte non già sull’amministrazione, ma sull’esattezza dei dati esposti in bilancio ed è consentito solo al termine dell’esercizio sociale”.
Contrariamente a quanto accade nella s.r.l., per la quale esiste un diritto di accesso alla documentazione, non si può affermare la stessa cosa per la s.a.s. per le limitazioni della norma.
Non vi è neanche un diritto ad avere dall’accomandatario notizie circa la gestione dell’impresa sociale e nemmeno il diritto a consultare i libri e i documenti nel corso dell’esercizio.
Anche il diritto a consultare i libri e gli altri documenti nasce nel momento in cui si disponga del bilancio annuale e dalla verifica emerga la necessità della verifica sull’esattezza; si apre quindi con l’impugnazione il sindacato sull’operato amministrativo dei soci amministratori che è di legittimità “inteso come corrispondenza del documento contabile alle operazioni sociali”.
Il ricorrente aveva visto respingere le proprie richieste di accedere integralmente all’esame della documentazione in quanto non aveva introdotto il giudizio di rendiconto e il ricorso all’art. 700 c.p.c. era inammissibile, per quanto già detto.
In giurisprudenza esistono anche altri orientamenti, ma non si può dubitare che la tesi del tribunale sia pregevole per l’interpretazione rigorosa che compie.

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