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26 marzo 2018

Mancata iscrizione all’AIRE

Il tema della mancata iscrizione all’AIRE è stato nel tempo oggetto di un crescente interesse da parte dei nostri lettori.
È infatti sempre più frequente l’ipotesi in cui un lavoratore decida il trasferimento della residenza all’estero senza iscriversi all’AIRE; come vedremo in seguito, una siffatta scelta (o dimenticanza) potrebbe avere effetti economici rilevanti in quanto potrebbe incidere sul trattamento fiscale della retribuzione percepita all’estero (come illustrato anche nell’articolo “Lavorare in Svizzera: l’aspetto fiscale”).
L’anagrafe degli italiani residenti all’estero, meglio conosciuta come AIRE, è disciplinata dalla L. 470 del 1988; detta norma prevede che siano obbligati a iscriversi all’AIRE i cittadini che trasferiscono la propria residenza all’estero per periodi superiori a 12 mesi nonché coloro che già vi risiedono, sia perché nati all’estero sia per successivo acquisto della cittadinanza italiana a qualsiasi titolo. L’iscrizione all’AIRE è effettuata dall’interessato mediante dichiarazione da rendersi all’ufficio consolare della circoscrizione di immigrazione entro 90 giorni dal trasferimento; contestualmente avviene la cancellazione dall’Anagrafe della Popolazione Residente (A.P.R.) del Comune di provenienza. La legge non prevede una sanzione in caso di mancata iscrizione.
Non devono invece iscriversi all’AIRE: 1) le persone che si recano all’estero per un periodo di tempo inferiore ad un anno, 2) i lavoratori stagionali, 3) i dipendenti di ruolo dello Stato in servizio all’estero, che siano notificati ai sensi delle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche e sulle relazioni consolari rispettivamente del 1961 e del 1963, 4) i dirigenti scolastici, docenti e personale amministrativo della scuola collocati fuori ruolo ed inviati all’estero nell’ambito di attività scolastiche fuori dal territorio nazionale e, in ultimo, 5) i militari italiani in servizio presso gli uffici e le strutture della NATO dislocate all’estero.
Ciò premesso passiamo a vedere quali sono le conseguenze di natura fiscale in ordine alla mancata iscrizione all’AIRE da parte di un lavoratore che si sia trasferito all’estero.
L’art 2, comma 2, del D.P.R. 917/86 (TUIR) che stabilisce che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente” ovvero hanno nel territorio italiano il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile. L’iscrizione all’AIRE risulta quindi essere un presupposto formale essenziale (anche se non sufficiente) per radicare la propria residenza fiscale in uno Stato diverso dall’Italia. Ne consegue che in assenza di iscrizione all’AIRE la residenza fiscale debba essere considerata come radicata in Italia con il conseguente assoggettamento del cittadino all’imposizione fiscale italiana.
Per l’Agenzia delle entrate e per la giurisprudenza prevalente si tratterebbe di una presunzione legale assoluta che non prevede la possibilità di una prova contraria: il lavoratore trasferito all’estero non potrebbe pertanto dimostrare (neanche attraverso prove documentali) che la sua reale residenza sia effettivamente all’estero.
In diverse sentenze la Cassazione ha affermato che “secondo consolidata giurisprudenza…ai fini delle imposte dirette, le persone iscritte nelle anagrafi della popolazione residente [quindi non iscritte all’AIRE] si considerano residenti, e pertanto soggetti passivi d’imposta, in Italia”.
L’eventuale dimenticanza della formale iscrizione all’AIRE determinerebbe pertanto l’assoggettamento dei redditi percepiti all’estero anche all’IRPEF (imposta sul reddito delle persone fisiche) italiana. Anche i soggetti da anni trasferiti all’estero corrono pertanto il rischio di essere destinatari di avvisi di accertamento aventi a oggetto redditi prodotti all’estero non dichiarati. Un caso concreto: in forza del raddoppio dei termini prescrizionali per i redditi derivanti da paesi a fiscalità privilegiata, un lavoratore residente in Svizzera e non iscritto all’AIRE potrebbe incorrere in una ripresa dei redditi non dichiarati in Italia negli ultimi 10 anni.
Se quanto descritto rappresenta la posizione dell’Amministrazione Finanziaria e della prevalente giurisprudenza, vi è da segnalare come, a nostro avviso, non venga attribuita la necessaria rilevanza alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE).
La CGUE si è più volte espressa difformemente dalle Corti italiane ritenendo che il luogo di residenza di un soggetto debba essere individuato in relazione alla volontà del soggetto stesso ovvero alla circostanze oggettive che collegano il soggetto al territorio (ossia i c.d. criteri di collegamento). Una tale interpretazione permette di superare l’impostazione italiana rendendo del tutto irrilevante il criterio formale della cancellazione dalle liste della popolazione residente e dell’iscrizione all’AIRE.
Recentemente alcune Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali (che rappresentano il primo e il secondo grado del processo tributario) si sono discostate dalla linea dettata dalla Cassazione e si sono conformate alla giurisprudenza comunitaria.
Ad esempio, nel 2017 la CTR della Puglia trattando l’ipotesi di una tardiva iscrizione all’AIRE ha affermato che “l’applicazione di qualsivoglia strumento presuntivo”, quale la mancata iscrizione all’AIRE, peraltro ampiamente superate dal contribuente “a mezzo della pertinente documentazione prodotta agli atti”, “non può avvenire in maniera asettica e automatica, dovendo esso, per converso, avere riguardo necessariamente alla reale capacità contributiva ex art.53 C., nonché evitare una inammissibile duplicazione d’imposta”.
Il nostro Studio aderisce da sempre a tale orientamento, che peraltro promuove avanti alle Commissioni Tributarie, in quanto si ritiene che la residenza fiscale di un soggetto non possa essere esclusivamente determinata da un presupposto formale, quale l’iscrizione all’AIRE, ma debba essere determinata da elementi fattuali che il contribuente è tenuto a dimostrare.

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