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13 febbraio 2018

L’esclusione del socio per commenti denigratori su facebook

La giurisprudenza in materia di impresa si arricchisce di un’interessante pronuncia che riguarda l’applicazione di un consolidato istituto di diritto societario (l’esclusione del socio dalla società) a una condotta posta in essere mediante l’utilizzo di social network.
Si tratta di una sentenza del Tribunale di Bologna, Sezione specializzata di impresa, che va a considerare la rilevanza di commenti espressi da un socio attraverso la propria pagina facebook, giungendo a legittimarne l’esclusione dalla società.
Invero, la curiosità che suscita la sentenza è relativa se si considera la pervasività dell’utilizzo dei social network e la sempre maggiore interazione con i diversi ambiti della vita, anche professionale, delle persone (si pensi alle pronunce relative all’utilizzo dei social network da parte dei dipendenti nella cause di lavoro per licenziamento); inoltre va detto che il social network in quanto tale è solamente il veicolo attraverso cui si manifesta una condotta che già di per sé presenta una rilevanza (civile o anche penale) che legittima la reazione da parte del soggetto leso (es. il datore di lavoro o la società). Il punto centrale è però che il social network può amplificare l’effetto del comportamento e di ciò non sempre l’utente è consapevole: un commento “privato” ma condiviso in pubblico può assumere una rilevanza diversa e maggiore dal punto di vista legale.
Nel caso in esame, ad esempio, il soggetto in questione, socio e consigliere di amministrazione di una società cooperativa a responsabilità limitata (banca), aveva pubblicato commenti sulla propria pagina facebook fornendo informazioni sulla situazione patrimoniale della società, riportando, in particolare, l’ammontare delle sofferenze registrate nel corso dell’esercizio, nonché alcuni commenti circa l’esistenza di contrasti e “spaccature” all’interno degli organi dirigenziali.
La società reagiva a tali fatti, deliberando l’esclusione del socio e, conseguentemente, la decadenza dalla carica di consigliere, in virtù della clausola dello statuto in tema di esclusione, ritenendo la condotta come lesiva dell’immagine dell’ente e della credibilità sia dell’organo gestorio, che dei soggetti coinvolti nei suddetti commenti.
Il socio impugnava la delibera sostenendo, da un lato, che i dati economico-finanziari riportati nella conversazione fossero fondati sul documento di sintesi del bilancio, depositato presso la sede legale della società, e, dall’altro, che i commenti esternati rientrassero nel legittimo esercizio del “diritto di critica”, senza alcun intento denigratorio.
Il Collegio bolognese ha respinto le domande formulate dall’ex socio, ritenendo quindi legittima la sua esclusione.
Secondo il Tribunale in queste situazioni il Giudice deve compiere due valutazioni: la prima riguarda legittimità della clausola dello statuto sociale e la sua conformità alle disposizioni di legge; la seconda, invece, riguarda il merito dell’impugnazione, in quanto, occorre stabilire se la condotta addebitata al socio escluso rientri nelle categorie individuate nella clausola statutaria, apprezzando, in questa fase, anche la gravità della lamentata lesione.
In ogni caso, afferma il Tribunale, “tanto la deliberazione di esclusione, quanto la comunicazione al socio contenente le ragioni che stanno a base della decisione, devono essere sufficientemente motivate ed esplicative dei fatti che ne costituiscono il fondamento, al fine di far comprendere al destinatario i motivi dell’esclusione e consentirgli, in caso di opposizione, di articolare una difesa adeguata, fermo restando che non ricorre genericità di contestazione ove il socio escluso manifesti d’avere compreso di quale addebito viene incolpato”.
Nel caso specifico, il Giudice bolognese ha accertato che la clausola statutaria contestata prevedeva la possibilità per il Consiglio di Amministrazione di escludere il socio che «abbia arrecato in qualsiasi modo danno alla Società». Tale clausola è legittima in quanto essa, benché formulata utilizzando un’espressione sintetica e generale, è comunque suscettibile di puntuale specificazione all’atto della sua concreta applicazione da parte dell’organo amministrativo. Infatti, come si evinceva dal verbale dell’assemblea del C.d.A. e come poi trascritto nella comunicazione della deliberata esclusione, la condotta lesiva addebitata al socio era stata determinata e specificata, con circostanziata e puntuale indicazione del “danno” arrecato.
Superata la questione della legittimità della clausola statutaria, nel merito la società lamentava di aver subito un danno di immagine in conseguenza della rappresentazione offerta dal socio sia in merito alla solidità economico-finanziaria della banca, sia alla stabilità e coesione della compagine sociale.
Il Tribunale accertava che la conversazione contestata si era svolta a mezzo della “bacheca” della pagina personale del socio, accessibile, indistintamente, a tutti i suoi “amici”, nonché, a seconda della modalità di privacy impostate, ad altri utenti presenti sul social network. Inoltre il socio aveva reso noti alcuni elementi, peraltro parziali, non definitivi e non corretti, del progetto del bilancio non ancora approvato dai soci, rilasciando affermazioni denigratorie “aggravate” dal livello di pubblicità e diffusività data dal social network.
In merito all’invocato “diritto di cronaca” o “di critica”, o, comunque, del più generale diritto di manifestazione del pensiero, esso deve essere esercitato con modalità tali da escluderne la portata diffamatoria o denigratoria, nel rispetto quindi dei parametri della verità, continenza e pertinenza.
Nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto anche rilevante il fatto che il soggetto coinvolto non solo fosse socio, ma anche consigliere della società, sicché le sue perplessità circa la gestione dell’ente avrebbero dovuto essere manifestate nelle sedi a ciò preposte, non invece su un social network accessibile ad un pubblico indistinto e numeroso. Tale regola comportamentale rientra nel generale obbligo, in capo agli amministratori delle società, di comportarsi secondo buona fede e di agire a vantaggio ed interesse dell’ente: la rappresentazione fornita dal consigliere era invece idonea a suscitare preoccupazione e diffidenza nei lettori, quindi, negli attuali o potenziali clienti, circa la solidità dell’istituto di credito.
Secondo il Giudice, il corretto e legittimo esercizio del diritto di critica è “soggetto alla triplice condizione della fondatezza, quantomeno altamente verosimile, dei dati diffusi, della pertinenza della loro diffusione, nonché della esposizione in forma civile”. Condizioni e principi che dovrebbero essere rispettati in ogni forma di espressione, soprattutto quando manifestata attraverso strumenti di comunicazione e condivisione che hanno la capacità di raggiungere un numero di soggetti ampio, se non indistinto, come i social network.

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