Categorie approfondimento: Estero
11 Marzo 2013

Lavorare in Svizzera: l’aspetto fiscale

Di cosa si tratta

Con l’aggravarsi della crisi economica che affligge il nostro Paese, abbiamo notato un sensibile incremento delle richieste, pervenuteci attraverso il sito web, di chiarimenti aventi a oggetto le modalità per il trasferimento sia di persone fisiche sia di persone giuridiche in Svizzera.
Nonostante il taglio di questo sito ci abbia portato fino a oggi a considerare tematiche principalmente attinenti alle realtà imprenditoriali che volessero operare in Svizzera (si veda a esempio l’articolo (“L’imprenditore in Svizzera: moduli operativi“), oggi vogliamo trattare elementi più vicini alle persone fisiche, in sostanza tratteremo il caso del cittadino italiano che lavora in Svizzera.
E’ infatti sempre più frequente l’ipotesi in cui un lavoratore dipendente, spinto da motivazioni personali o a causa della emigrazione del datore di lavoro, si trovi a dover decidere se accettare un impiego in Svizzera e, conseguentemente, se stabilirsi oltre confine ovvero recarvisi quotidianamente, come pendolare.
Rinviando ad altro articolo per l’approfondimento del tema dei visti (“Il domicilio, la residenza e la cittadinanza in Svizzera“) in questa sede focalizzeremo la nostra attenzione su quale sia il trattamento fiscale riservato a una persona fisica che presti la propria attività lavorativa dipendente in Svizzera.
Per valutare correttamente l’aspetto fiscale è tuttavia necessario muovere da un presupposto: i lavoratori stranieri, segnatamente gli italiani, che lavorano in Svizzera possono appartenere a tre distinte categorie:
1) i “frontalieri fiscali”,
2) i “frontalieri fiscali esteri”,
3) i “dimoranti”.
La categoria dei frontalieri fiscali, tradizionalmente conosciuta come categoria dei “frontalieri”, venne inizialmente disciplinata da un accordo intervenuto tra Italia e Svizzera nel 1974; vi appartengono tutti i lavoratori che siano titolari di un permesso G e siano residenti in un Comune italiano situato all’interno della fascia di 20 Km dal confine. I redditi percepiti in Svizzera da tali soggetti sono assoggettati esclusivamente alla ritenuta d’imposta alla fonte; in altre parole la Svizzera effettua un prelievo direttamente sulla busta paga mentre nulla sarà dovuto allo Stato italiano, a titolo di imposta sul reddito, in quanto il corrispettivo che il lavoratore riceve per l’attività svolta è imponibile soltanto nello Stato in cui tale attività è svolta.
Questa categoria di lavoratori è però da considerarsi residuale rispetto a quella dei “frontalieri fiscali esteri” e a quella dei “dimoranti”.
I lavoratori che appartengono alla categoria dei “frontalieri fiscali esteri” sono quei lavoratori che risiedono in Italia in un Comune al di fuori della fascia di 20 Km dal confine. Le remunerazioni ricevute in corrispettivo a una prestazione da lavoro dipendente svolta in Svizzera (reddito) saranno tassate in Svizzera e in Italia con le seguenti modalità:
– in Svizzera con trattenuta d’imposta alla fonte;
– in Italia il soggetto sarà poi tenuto a dichiarare il reddito conseguito in Svizzera, convertito in euro, che eccede la franchigia di €. 6.700 (aumentato a €. 7.500 dalla legge di stabilità del dicembre 2014) per periodo d’imposta (franchigia fiscale prorogata fino a tutto il 2013). Sul reddito eccedente la franchigia sarà applicata l’aliquota fiscale ordinaria. La franchigia vuole essere uno strumento volto ad attenuare gli effetti dell’imposizione fiscale disincentivando così il lavoratore a emigrare in Svizzera. Si tratta però di un beneficio che, nelle intenzioni dell’Esecutivo, è destinato a venir meno dal 2014.
In base all’art. 165 del TUIR, è possibile riportare in dichiarazione dei redditi un credito d’imposta pari all’importo pagato per le imposte versate in Svizzera su quel reddito, così evitando una doppia imposizione.
Qualora invece sussistano i presupposti amministrativi (principalmente legati al permesso) l’italiano che presti un’attività lavorativa dipendente in Svizzera potrà anche trasferirvi la residenza.
E’ opportuno osservare che l’articolo 2 del Testo unico sulle imposte sui redditi (Tuir) statuisce che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti [in Italia n.d.r.] le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.”
Quindi:
– con la permanenza al di fuori dello Stato italiano per più di 183 giorni (maggior parte del periodo d’imposta),
– con l’ottenimento del permesso e della residenza svizzera e
– con l’iscrizione all’AIRE che é l´anagrafe della popolazione italiana residente all´estero non si è più soggetti alla fiscalità italiana (per i redditi da lavoro dipendente).
Tuttavia vi sono elementi che potrebbero far presumere all’Agenzia delle Entrate che la reale residenza sia in Italia: a esempio il fatto che il nucleo familiare sia rimasto in Italia (coniuge e figli), che in Italia vi siano centri di interesse economico o altro ancora. Per un lavoratore dipendente queste presunzioni sono facilmente superabili, così come è facilmente dimostrabile la permanenza in Svizzera per più di 183 giorni.
Vi è da aggiungere che il mantenimento della proprietà di un immobile sito in Italia comporta l’assoggettamento dello stesso al fisco italiano (in forza della convenzione per evitare la doppia imposizione) ma difficilmente potrà essere considerato un elemento dal quale l’Agenzia delle Entrate presuma una fittizia residenza.
Nel sito è presente l’articolo “Residenza fiscale: ovvero dove pagare le tasse se si lavora all’estero.” (aggiornato al novembre 2014) che tratta in maniera specifica il tema dell’individuazione dei criteri che legano al sistema impositivo italiano un soggetto residente all’estero.

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