15 ottobre 2018

Lavorare in Lussemburgo e residenza fiscale

Con la risposta n. 25/2018 pubblicata in data 4 ottobre 2018, l’Agenzia delle Entrate ha riscontrato l’interpello di un contribuente che verteva sul tema lavorare in Lussemburgo e residenza fiscale.
Il contribuente ha rappresentato di essersi iscritto all’AIRE, di avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato in Lussemburgo ove lavora a tempo pieno e dimora, avendo stipulato un contratto di locazione di un immobile.
Da un punto di vista patrimoniale il contribuente ha precisato di non avere alcuna proprietà in Italia.
Dal punto di vista famigliare l’istante rappresenta di avere una moglie e un figlio residenti in Italia, dove hanno una casa in locazione; tale contratto, l’assicurazione della casa e le bollette di gas e luce sono intestati all’istante mentre la moglie è proprietaria di un’automobile e intestataria della relativa assicurazione.
Per quanto riguarda la gestione della vita famigliare dall’istanza risulta che a volte il marito si rechi in Italia a trovare la famiglia e a volte sia la famiglia ad andare in Lussemburgo.
Nel complesso il caso in oggetto presenta i temi più comuni ai soggetti che si recano all’estero per trovare una situazione reddituale migliore rispetto a quella italiana. Tale circostanza è confermata dal fatto che lo stesso istante ha rappresentato nell’interpello che il trasferimento in Lussemburgo è legato alla possibilità per lo stesso di poter avere un lavoro che gli consenta di sostenere se stesso e la sua famiglia.
Ebbene, per motivi che esporremo in seguito l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto inammissibile l’interpello e si è limitata a fornire indicazioni di carattere strettamente interpretativo sulle disposizioni applicabili per individuare la residenza fiscale del contribuente.
Come è noto qualora vi sia un problema legato a possibili doppie imposizioni è necessario far riferimento alle convenzioni stipulate tra i vari Stati sulla base del Modello OCSE (quella tra Italia e Lussemburgo è stata ratificata dalla legge 14 agosto 1982, n. 747) che prevede che l’individuazione della nozione di residenza fiscale debba essere demandata alla legislazione interna degli Stati contraenti.
A tal riguardo l’articolo 2, comma 2, del TUIR dispone che siano da considerarsi residenti in Italia “le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del Codice civile”.
Solo quando i tre presupposti della residenza (iscrizione all’anagrafe, residenza o domicilio in Italia) sono contestualmente assenti nel periodo d’imposta di riferimento il contribuente potrà essere ritenuto non residente nel nostro Paese (il tema è già stato approfondito nell’articolo: Lavorare in Svizzera: l’aspetto fiscale).
Nel caso trattato dall’interpello, la circostanza rappresentata dall’istante, secondo cui la sua famiglia risiede in Italia e il contratto di affitto e le utenze sono intestate a suo nome, induce a ritenere che sussistano criteri di collegamento che radichino in Italia il domicilio ai sensi dell’articolo 43 del codice civile. La formulazione del richiamato articolo prescinde dalla reale presenza fisica del soggetto radicando il domicilio nel luogo in cui questi abbia stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi.
Normalmente l’attività dell’Agenzia si sarebbe fermata a tale accertamento, tuttavia, essendosi astenuta dal dare una risposta all’istante, l’Agenzia si è sospinta ad osservare che, in caso di contestuale residenza fiscale italiana e lussemburghese si verrebbe a determinare un’ipotesi di “dual residence” che dovrebbe essere risolto facendo ricorso alle disposizioni della Convenzione. Il Trattato, riprendendo il modello OCSE, introduce all’articolo 4, paragrafo 2, le cosiddette “tie break rules” ovvero una serie di criteri per determinare quale dei due Stati dovrà prevalere nel considerare la persona fisica quale contribuente. Per la precisione una persona fisica è residente di entrambi gli Stati contraenti la Convenzione, il contribuente è considerato, innanzitutto, residente nello Stato in cui dispone di un’abitazione permanente e, in subordine, la residenza di una persona fisica sarà determinata secondo i seguenti criteri residuali disposti in ordine decrescente: ubicazione del centro degli interessi vitali, dimora abituale, nazionalità della persona fisica; quando, infine, una persona fisica ha la nazionalità di entrambi i Paesi o di nessuno di essi, gli Stati contraenti il Trattato internazionale risolveranno la questione di comune accordo.
Individuata la residenza fiscale, la Convenzione dispone l’assoggettamento ad imposizione concorrente nello Stato della fonte del reddito ed in quello di residenza del contribuente, dei redditi da lavoro subordinato. Tuttavia la doppia imposizione sarebbe solo apparente in quanto nella tassazione l’Italia deve dedurre dalle imposte quanto già pagato a titolo di imposta sul reddito nel Lussemburgo, anche se l’ammontare della deduzione non può eccedere la quota di imposta italiana attribuibile ai predetti elementi di reddito nella proporzione in cui gli stessi concorrono alla formazione del reddito complessivo (art. 24 della Convenzione).
Con il provvedimento in esame l’Agenzia delle Entrate ha individuato formalmente le norme applicabili al fine di individuare la residenza fiscale; il tema tuttavia non è così definito come si potrebbe pensare. Vi sono infatti ampi margini interpretativi che potrebbero permettere al contribuente di contestare una ricostruzione che comporti la residenza fiscale in Italia in favore di una che invece la radichi all’estero.
Ciò detto, rimane da affrontare il tema dell’inammissibilità dell’interpello.
Ebbene l’Agenzia dell’Entrate ha evidenziato che l’accertamento dei presupposti per stabilire l’effettiva residenza fiscale costituisce una questione di fatto che non può essere oggetto di interpello. Tale posizione era già stata espressa nella circolare n. 9 del 1 aprile 2016 ove si affermava l’esclusione dall’area dell’interpello di tutte quelle ipotesi che sono caratterizzate “da una spiccata ed ineliminabile rilevanza dei profili fattuali riscontrabili dalla stessa amministrazione finanziaria ma solo in sede di accertamento; si tratta, in altre parole, di tutte quelle fattispecie in cui, più che rilevare l’aspetto qualificatorio, rileva il mero appuramento del fatto (cd. accertamenti di fatto)”.
Con tutta evidenza, tale posizione dell’Agenzia priva il contribuente di uno strumento che sarebbe fondamentale per risolvere preventivamente una situazione tipicamente connotata da incertezza come quella legata all’individuazione della residenza fiscale.

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