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14 febbraio 2018

Lavorare all’estero: la retribuzione convenzionale

L’articolo fornisce un’analisi dei casi in cui i soggetti che lavorano all’estero, ma che sono da ritenersi fiscalmente residenti in Italia, possono pagare le tasse sulla base della retribuzione convenzionale e non di quella effettivamente percepita.
È ricorrente il caso in cui un contribuente che trovi lavoro all’estero e ivi si trasferisca, anche nella speranza di trovare un’imposizione fiscale più leggera di quella italiana, continui invece ad essere ritenuto residente fiscale in Italia dall’Agenzia delle Entrate. La conseguenza di tale situazione è che il contribuente si trovi nella condizione di dover pagare in Italia le tasse sul reddito percepito dovendo, in più, sostenere i costi della permanenza all’estero (ad esempio canoni di locazione, utenze, vitto, viaggi).
Come abbiamo riportato in alcuni articoli pubblicati nel sito (si veda ad esempio Lavorare in Svizzera: l’aspetto fiscale), ove si analizzavano gli aspetti fiscali del trasferimento all’estero, per essere effettivamente considerati residenti fiscali in un Paese straniero non è sufficiente il mero trasferimento fisico e l’ottenimento della nuova residenza.
L’articolo 2 del TUIR dispone infatti che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti [in Italia] le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”. Ne discende che per non essere assoggettati all’imposizione fiscale italiana è necessario essere iscritti all’AIRE ed avere la residenza e il domicilio all’estero per un periodo superiore alla metà dell’anno.
Nel corso degli anni lo Studio ha prestato innumerevoli consulenze al fine di delineare prospetticamente quale sarebbe stato il quadro fiscale dei contribuenti in seguito al loro trasferimento all’estero. Ebbene, è capitato spesso che l’analisi della situazione famigliare e patrimoniale del contribuente abbia portato a ritenere insussistenti i presupposti per radicare la residenza fiscale all’estero.
Come detto, sul piano pratico una situazione che veda il trasferimento all’estero mantenendo la residenza fiscale in Italia non può che comportare gravi disagi al contribuente che si trova nella condizione di dover sopportare l’imposizione fiscale italiana nonché di dover affrontare tutte le spese per la conduzione della propria vita all’estero; non è infrequente conseguentemente a tale situazione venga meno il beneficio economico derivante da un maggior stipendio.
Al fine di porre parziale rimedio a questa situazione, in taluni casi suggeriamo ai nostri clienti di avvalersi dell’istituto della retribuzione convenzionale previsto dall’art. 51, comma 8-bis, del TUIR.
In tale sede si afferma che “il reddito di lavoro dipendente, prestato all’estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto da dipendenti che nell’arco di dodici mesi soggiornano nello Stato estero per un periodo superiore a 183 giorni, è determinato sulla base delle retribuzioni convenzionali”.
In sostanza, qualora ne ricorrano i presupposti, ai fini della determinazione della base imponibile il contribuente potrà considerare la retribuzione convenzionale fissata dal Ministro del lavoro – mediante apposito Decreto -, senza tener conto della retribuzione effettivamente corrisposta.
Quindi le retribuzioni convenzionali costituiscono la base su cui calcolare i contributi assicurativi obbligatori e le imposte sul reddito dovuti.
Vi è da precisare che le retribuzioni sono applicabili esclusivamente ai settori produttivi contenuti nella tabella allegata al Decreto Ministeriale e alle qualifiche ivi previste, con la conseguenza che la mancata previsione di un settore produttivo è motivo ostativo all’applicazione del regime per i contribuenti che vi appartengono.
Tornando ai requisiti necessari all’adozione della retribuzione convenzionale, la circolare n. 207/2000 del Ministero delle Finanze ha precisato che:
– i dipendenti, nonostante la prestazione all’estero, devono risultare residenti in Italia in base all’articolo 2 del Tuir;
– il rapporto di lavoro deve essere continuativo, ossia stabile e non occasionale;
– è sufficiente che il lavoratore soggiorni nello Stato estero per un minimo di 183 giorni nell’arco di dodici mesi;
– il contratto deve prevedere che la prestazione all’estero si svolga in via esclusiva e non accessoria o strumentale ad altra attività svolta in Italia (sono pertanto escluse le trasferte o le missioni).
Vi è in ultimo da evidenziare che il contribuente fruisce, per le imposte pagate all’estero, di un credito d’imposta ai sensi dell’art 165 TUIR che tuttavia non è pieno, ma è proporzionale al reddito determinato ai sensi del predetto articolo 51, comma 8-bis.

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