Riforma “Fornero”: la revoca del licenziamento.

a cura di Avv. Donato B. Quagliarella

Di cosa si tratta

La c.d. Riforma Fornero (legge 28 giugno 2012, n. 92) ha dato una disciplina specifica per l’ipotesi di revoca del licenziamento, intervenendo sull'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 e introducendo in questo un comma 10°.
Dispone il comma: “Nell'ipotesi di revoca del licenziamento, purché effettuata entro il termine di quindici giorni dalla comunicazione al datore di lavoro dell'impugnazione del medesimo, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuità, con diritto del lavoratore alla retribuzione maturata nel periodo precedente alla revoca, e non trovano applicazione i regimi sanzionatori previsti dal presente articolo”.
Con questa disposizione si pone fine agli effetti aberranti che si producevano nelle situazioni nelle quali il datore di lavoro si avvedeva di avere proceduto in modo sbagliato e rivedeva la propria posizione.
Non più tardi del gennaio di quest’anno abbiamo dovuto cercare di difendere un caso nel quale un lavoratore era stato licenziato per una assunta giusta causa e nel pomeriggio dello stesso giorno il provvedimento era stato revocato dal datore di lavoro che, per definire la posizione, ha dovuto sborsare una cifra importante.
Si consideri che la ragione della revisione della scelta compiuta era stata l’intenzione di revocare il licenziamento in quanto si era appreso che il ricorrente era prossimo all’età pensionabile e il licenziamento lo avrebbe pregiudicato per mancanza dei requisiti pensionistici.
Non possiamo soffermarci a narrare i fatti, ma riportiamo le conclusioni formulate in considerazione della giurisprudenza esistente.
L‘azienda prendeva atto dell’illegittimità del licenziamento comunicato e si offriva di reintegrare immediatamente il ricorrente nel posto di lavoro con le medesime mansioni, si offriva di corrispondere le retribuzioni del periodo dal licenziamento al rientro nel posto di lavoro nella misura di cinque mensilità; si offriva di corrispondere le spese di giudizio e chiedeva dichiararsi cessata la materia del contendere, con conseguente pronuncia di inammissibilità del ricorso.
Si sosteneva che il Giudicante dovesse pronunziare la cessazione della materia del contendere in quanto la pronuncia riveste natura dichiarativa e presuppone il pieno accordo tra le parti circa l'intervenuto mutamento della situazione revocata, mentre era da escludere che il giudice potesse dichiarare cessata la materia del contendere allorché le parti avessero manifestato la determinazione di ottenere una decisione sul merito della vertenza. Quanto precede è affermato dalla sentenza 15 marzo 2005, n. 5607, emanata dalla Corte di cassazione, in cui si afferma che la cessazione dalla materia del contendere, che costituisce il riflesso processuale del venir meno della ragion d'essere sostanziale della lite, per la sopravvenienza di un fatto suscettibile di privare le parti di ogni interesse a continuare il giudizio, può essere dichiarata solo a seguito di una richiesta concorde delle parti processuali. Queste ultime, prendendo atto del sopraggiunto mutamento della situazione originaria, sottopongono al giudice conclusioni conformi intese a determinare l'adozione di una declaratoria della cessazione della materia del contendere.
La pronunzia non è prevista in alcuna norma del codice di procedura civile, ma soltanto nel processo amministrativo in virtù della norma contenuta nell'articolo 23, ultimo comma, della legge n. 1034 del 6.12.1971, istitutiva dei Tribunali amministrativi regionali (a norma della quale, se entro il termine previsto per la fissazione dell'udienza l'amministrazione annulla o riforma l'atto impugnato in modo conforme all'istanza del ricorrente, il Tar deve dare atto della cessata materia del contendere e provvedere alle spese).
La cessazione della materia del contendere deve intendersi come una pronuncia meramente dichiarativa, atteso che pone fine al processo a seguito dell'accertamento del giudice di merito del venire meno della pretesa di diritto sostanziale fatto valere.
Alla dichiarazione di cessazione della materia del contendere discende l’inammissibilità del ricorso. Una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 11 maggio 2010, n. 11407, ha affermato che “alla cessazione della materia del contendere consegue la declaratoria di inammissibilità del ricorso, in quanto l'interesse ad agire, e quindi anche ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui è proposta l'azione o l'impugnazione, ma anche nel momento della decisione, in relazione alla quale, ed in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutato l'interesse ad agire (Cass. sez. unite 29 novembre 2006 n. 25278)”. Aggiunge: “che in considerazione della definizione della lite, anche in ordine alle spese processuali, ricorrono giusti motivi per compensare integralmente fra le parti quelle relative al giudizio”. Nella vicenda richiamata la pronunzia è intervenuta dopo che le parti avevano definito la posizione con conciliazione in sede sindacale. Nel nostro caso la posizione che la resistente assume attualmente non è diversa da quella che ha preso subito volta a ristabilire la situazione “de quo ante” al licenziamento. Sul punto si può concludere che la cessazione della materia del contendere comporta una pronunzia di rito di inammissibilità.
Controparte invece assume che “il ricorrente avrà diritto alla declaratoria di nullità, inefficacia ovvero illegittimità del licenziamento intimatogli e di essere reintegrato nel proprio posto di lavoro al fine di potere eventualmente optare per il risarcimento del danno in misura pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto”.
Per il fatto che il Ricorrente non ha aderito alla revoca del licenziamento, questi chiede gli effetti ripristinatori, risarcitori ed indennitari in caso di opzione per non essere reintegrato. La richiesta di reintegra consiste nella sostanziale “revoca” del licenziamento già disposta e poi reiterata. La revoca del licenziamento, preordinata a impedire la pronuncia dell'ordine di reintegrazione, e l'invito a riprendere servizio - ove non seguiti dalla ricostituzione del rapporto per adesione del lavoratore - non vale a escludere la facoltà del lavoratore di rivendicare l'indennità ex art. 18, 5° comma, S.L.; nel caso richiamato e deciso dalla sentenza citata, la seconda revoca era pervenuta al lavoratore dopo il deposito del ricorso di impugnazione del licenziamento e lo stesso lavoratore si era “riservato” di optare per l'indennità sostitutiva all'esito del giudizio di primo grado (Cass. sez. lav. 16 settembre 2000 n. 12260, pres. De Musis, est. Foglia, in D&L 2000, 1003). Distinto il piano del provvedimento giudiziale da quello negoziale, il quesito restava perché debba essere la sola soluzione giudiziale il rimedio ad un licenziamento che il datore di lavoro non vuole che produca i suoi effetti e del quale abbia riconosciuta l’invalidità e dove il Ricorrente chiede la reintegrazione. La tesi della prevalenza del piano della volontà concreta delle parti è quello che dà risposta alla possibilità di concludere il giudizio con una pronunzia di rito.
Se non vi è stata adesione alla reintegra nel posto di lavoro, neppure era stata offerta una soluzione disdicevole per la prosecuzione del rapporto successivo.
Il lavoro, al quale il Ricorrente sarebbe stato applicato, era esattamente quello che già faceva; non vi erano, né vi sono in azienda condizioni di lavoro non adeguate ai lavoratori, che siano insalubri, usuranti od altro. La resistenza all’offerta non ha giustificazione alcuna. Esiste giurisprudenza che afferma la giustificatezza del rifiuto a riprendere il lavoro quando questo produca effetti pericolosi per la salute in ragione delle condizioni in cui è svolto (Cass. Civ. Lav. 9 febbraio 2006, n. 11664) e quindi come “il licenziamento non poteva ritenersi giuridicamente revocato a seguito della lettera … con la quale la società aveva invitato i due lavoratori a riprendere la loro attività”, il cui svolgimento era “in ambiente inidoneo per la presenza di fumi di gas e vapori tossici..”.
Si è sostenuto che le dichiarazioni delle parti integrano ora una proposta e una accettazione conforme alla richiesta in ogni capo e portano alla dichiarazione, di natura processuale, di cessazione della materia del contendere. In esecuzione di questo il lavoratore deve rientrare al posto di lavoro con tutti gli effetti come se non vi fosse stata interruzione alcuna. Rimossa la questione sulla legittimità del licenziamento, le parti sono arrivate alle medesime conclusioni: la ripresa del rapporto di lavoro.
Se è vero che si invoca la disciplina generale del contratto in materia di adesione alla proposta di “revoca del licenziamento”, non vediamo perché non si debbano produrre gli effetti dell’art. 1326, 1° c. cod. civ.. Come per la prima revoca, l’accettazione è conforme alla proposta. Il momento perfezionativo dell’accordo-contratto si è già realizzato prima e cioè nel momento in cui giungono a conoscenza del destinatario al suo indirizzo (art. 1334 cod. civ.). Già il Tribunale di Milano (Cfr.: 30 gennaio 1999, in D.L. 1999, 403) ha sostenuto che la revoca del licenziamento comportava l’inapplicabilità delle conseguenze di cui all’art. 18 S.L., ove vi fosse stato l’immediato e pieno ristoro dei diritti derivanti al lavoratore dal rapporto di lavoro o comunque l’offerta da parte del datore di lavoro di un risarcimento pieno, tale da eliminare tutti gli effetti pregiudizievoli del licenziamento. Questa pronunzia ci riporta ancora ad un altro pacifico principio che, al di la delle massime di giurisprudenza, al Giudice è demandato un prudente apprezzamento di ogni fattispecie per decidere ogni caso.
Con la nuova norma il sistema si razionalizza in conformità all’ultimo indirizzo del Tribunale di Milano, ma soprattutto va a consentire di emendare gli errori, anche di procedura di un licenziamento invalido che fosse stato intimato senza dovere pagare un importante dazio; rappresenta una valvola di sicurezza.

(redatto in data 20 settembre 2012)


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