Mobilità e sgravi contributivi.

a cura di Avv. Donato B. Quagliarella

Di cosa si tratta

Una recente sentenza (Corte Cassazione Sez. Lav. Sentenza n. 2472/2008, depositata il 1 febbraio 2008) è tornata con nuove motivazioni sul tema concernente il recupero dei benefici contributivi ex legge n. 223/1991 di cui in quella vicenda una società avrebbe ritenuto di poter usufruire in relazione alla posizione dei dipendenti assunti dalle liste di mobilità.
Nel caso in concreto la Corte di appello aveva rilevato che: a) «il contratto stipulato fra le parti, per il complesso delle sue clausole e per la volontà manifestata dai contraenti, oltre che per la sua espressa qualificazione, presentava tutti i requisiti della fattispecie di cui all'art. 2562 cod. civ. (affitto di azienda)»; b) « i dipendenti della ditta avevano diritto alla tutela di cui all'art. 2112 cod. civ. per la continuazione dei loro rapporti di lavoro e non potevano essere licenziati a motivo del trasferimento o dell'affitto di azienda (che non può "costituite di per sé" il motivo del recesso datoriale, come dispone la previsione codicistica)»; c) «gli accordi sindacali previsti in questa materia, ed eventualmente capaci di derogare all'art. 2112 cod. civ., sono soltanto quelli disciplinati, quanto a presupposti e forme procedurali, dall'art. 47, della legge 29.12.1990, n. 428».
In Cassazione la ricorrente rilevava che «è pacifico che la società avesse ed abbia sempre avuto assetti proprietari del tutto diversi da quelli della ditta individuale, [per cui] alla società doveva competere il beneficio previsto da parte dell'art. 8, comma 4, della legge 23 luglio 1991 n. 223, la cd. "dote", e ciò in quanto ha assunto i lavoratori di cui si discute a tempo pieno ed indeterminato dalle liste di mobilità».
La ricorrente censurava la sentenza in quanto «la Corte territoriale ha dichiarato non dovuto neanche il beneficio ex art. 25, comma 9, legge n. 223/1991», denunciando la "violazione dell'art. 25, comma 9, della legge n. 223/1991", in quanto «i benefici previsti per le aziende che assumono dalle liste di mobilità sono due e sono benefici completamente diversi l'uno dall'altro, in particolare come condizioni di loro rispettivo riconoscimento (la c.d. "dote" ex art. 8, comma 4, da una parte e la c.d. "riduzione della aliquota contributiva" ex art. 25, comma 9, dall'altra parte)».
Poi la ricorrente rilevava che «la fattispecie del trasferimento di azienda ex art. 2112 cod. civ. non è configurabile nel caso in cui a seguito della cessazione dell'attività da parte di un soggetto, un distinto soggetto ne rilevi, oltretutto in un momento soltanto successivo, con una vera e propria soluzione di continuità, esclusivamente alcune attrezzature per svolgere solo successivamente ed autonomamente una propria attività, ancorché simile a quella svolta dalla azienda cessata».
Ancora la ricorrente sosteneva che, «anche a voler ritenere che nel caso in esame si versi nella fattispecie del trasferimento di azienda di cui all'art. 2112 cod. civ., in ogni caso, non sono applicabili le previsioni di cui all'art. 2112 c.c., ciò in quanto un eventuale preteso affitto di azienda produce gli effetti di cui all'art. 2112 c.c. sui rapporti di lavoro alla duplice condizione che l'azienda sia attiva e che i rapporti di lavoro siano in atto al momento in cui si realizza il preteso trasferimento di azienda».
La Cassazione si è riportata all'orientamento giurisprudenziale secondo cui «il beneficio contributivo di cui all'art. 8, quarto comma della legge n. 223/1991 (che, dopo aver previsto al primo comma che per i lavoratori in mobilità ai fini del collocamento, si applica il diritto di precedenza nell'assunzione di cui al sesto comma dell'art. 15 della legge 29 aprile 1949 n. 264, stabilisce, al quarto comma, che al datore di lavoro che, senza esservi tenuto ai sensi del primo comma, assuma a tempo pieno e indeterminato i lavoratori iscritti nella lista di mobilità, è concesso, per ogni mensilità di retribuzione corrisposta al lavoratore, un contributo mensile pari al cinquanta per cento della indennità di mobilità che sarebbe stata corrisposta al lavoratore) non spetta al datore di lavoro, il quale, essendo affittuario dell'azienda del precedente datore di lavoro che abbia collocato in mobilità i suoi dipendenti, proceda nel termine di un anno alla riassunzione di questi ultimi, atteso che in tal caso la riassunzione risulta essere avvenuta nella "medesima azienda" e quindi non ha riguardato lavoratori che avevano diritto alla precedenza, come previsto dal sesto comma dell'art. 15 della legge n. 264 del 1949» (Cass. n. 6315/2001, Cass. n. 16444/2003, Cass. n. 1112/2004, Cass. n. 15445/2004).
La finalità del contributo di cui al quarto comma dell'art. 8 cit. sarebbe quella di incentivare il ricollocamento di lavoratori in mobilità percettori della relativa indennità di mobilità, contestualmente contenendo l'onere economico per l'ente previdenziale erogatore della provvidenza (il contributo al datore di lavoro è, infatti, pari soltanto al cinquanta per cento dell'indennità che altrimenti sarebbe spettata al lavoratore). Nel caso, invece, di riassunzione nella «medesima azienda» non c'è soltanto il ricollocamento di lavoratori in mobilità; c'è anche una sopravvenuta situazione di necessità di ampliamento del livello occupazionale che non è di norma in linea con le ragioni che legittimano l'avvio della procedura di mobilità e che giustificano, all'esito del procedimento della legge n. 223/91, la contrazione del livello occupazionale con l'estromissione dei lavoratori eccedenti.
Il legislatore, nella sua discrezionalità, avrebbe ritenuto di non incentivare questa evenienza, anche se non l'ha considerata con sospetto per le possibili strumentalizzazioni al fine di lucrare il contributo.
L'evenienza che il lavoratore esca dall’azienda perché collocato in mobilità e successivamente vi rientri perché riassunto è vicenda diversa da quella del lavoratore che esce definitivamente da un’azienda. Questa diversità di fattispecie sarebbe poi sottolineata dal disposto del successivo comma 4 bis del medesimo art. 8 – comma introdotto dall’art. 2 d.l. maggio 1994, n. 299, conv. in legge 19 luglio 1994, n. 451, che ha ampliato la fattispecie esclusa dal beneficio del contributo. Tale disposizione prevede che il diritto ai benefici economici è escluso con riferimento a quei lavoratori che siano stati collocati in mobilità, nei sei mesi precedenti, da parte di impresa dello stesso settore di attività che, al momento del licenziamento, presenta assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli dell'impresa che assume ovvero risulta con quest'ultima in rapporto di collegamento o controllo.
Questa assimilazione di alcune ipotesi in cui la riassunzione avviene in altra azienda, ma nella particolare situazione definita dal comma 4-bis dell'art. 8 in cui nella sostanza vi è un unitario assetto proprietario dei beni aziendali, ancorché riferiti a più imprese, all'ipotesi in cui la riassunzione avviene nella medesima azienda, mostrerebbe ulteriormente che ciò che rileva è il dato oggettivo dell'azienda, non già quello soggettivo del datore di lavoro. Quando l'azienda è sostanzialmente la stessa, perché c'è una situazione di controllo o di collegamento, non di meno scatta l'esclusione del beneficio del contributo in esame. Ciò confermerebbe che l'esclusione sicuramente c'è quando l'azienda è la "medesima" anche sotto il profilo strettamente formale, a nulla rilevando che l'imprenditore possa essere mutato per un qualsiasi fenomeno successorio inter vivos nel rapporto, come in caso di trasferimento, usufrutto, affitto d'azienda.
Con tutta la cautela che va adottata in questa materia ove un certo favore in fatto è attribuito alle posizioni di alcuni soggetti che sono parti proprie del giudizio, ci permettiamo di non condividere appieno i ragionamenti svolti, muovendo da un dato preciso che è posto dalla norma che non parla di azienda, ma di impresa.
È nota la differenza tra i due concetti e se parliamo di impresa ha sicura valenza il fatto soggettivo, cioé che il soggetto, che si avvale della condizione del lavoratore per avere un beneficio contributivo, va riguardato nelle sue relazioni con il cedente che ha posto il lavoratore in mobilità; ancora, se di strumentalità si dovesse trattare, anche altro sarebbe possibile addurre a conferma.
Parlare invece di azienda vedendo nella continuità di questa l’elemento impeditivo del beneficio, non ha il conforto della norma che invece si riferisce all’impresa (art. 4-bis introdotto nella legge n. 223/1991 dall'art. 2, D.L. 16 maggio 1994, n. 299: “Il diritto ai benefici economici di cui ai commi precedenti è escluso con riferimento a quei lavoratori che siano stati collocati in mobilità, nei sei mesi precedenti, da parte di impresa dello stesso o di diverso settore di attività che, al momento del licenziamento, presenta assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli dell'impresa che assume ovvero risulta con quest'ultima in rapporto di collegamento o controllo”).

(redatto in data 27 aprile 2008)


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