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8 marzo 2017

La floor clause

Torniamo a trattare di Euribor dalla diversa prospettiva delle problematiche che nascono dal suo andamento negativo (tema già trattato a livello comunitario nel sito, ma per la violazione di regole antitrust: “Euribor alterato: le restituzioni dalle banche”).
In collegamento con la discesa dei tassi la Banca d’Italia ha precisato che le banche non possono applicare un tasso minimo se la clausola, detta anche “floor clause”, non è stata pubblicizzata e inserita nel contratto di mutuo. L’Istituto ha sollecitato le banche a restituire quanto fatto pagare in più ai clienti.
Nel caso in cui i parametri di indicizzazione dei finanziamenti portino a valori negativi è necessario che le banche siano trasparenti nelle condizioni contrattuali e usino correttezza nei rapporti con la clientela.
Nei contratti di finanziamento la previsione di clausole di remunerazione ancorate a un parametro (c.d. indicizzazione) permette di adeguare automaticamente il costo di tali operazioni ai mutamenti dello scenario economico di riferimento.
Nei contratti di mutuo a tasso variabile, gli intermediari bancari e finanziari utilizzano tassi praticati sul mercato interbancario, applicando una maggiorazione prefissata (c.d. spread).
Dalla metà del 2015, i principali tassi del mercato interbancario utilizzati come parametro di indicizzazione hanno assunto valori di segno negativo e la riduzione si è riflettuta sui rapporti con la clientela.
Molti intermediari hanno neutralizzato l’erosione del tasso interbancario derivante dal valore negativo del parametro, attribuendo a quest’ultimo un valore pari a zero e questo ha determinato l’applicazione di tassi di interesse non allineati con le rispettive previsioni contrattuali.
Le raccomandazioni della Banca d’Italia sono state di attenersi al rispetto della normativa di trasparenza e correttezza e alla rigorosa applicazione delle condizioni pattuite con la clientela. In particolare, gli intermediari dovranno astenersi dall’applicare di fatto clausole di c.d. “tasso minimo” (“floor clause”) non pubblicizzate e non incluse nella documentazione di trasparenza e nella modulistica contrattuale; nel caso in cui i parametri di indicizzazione assumano valore negativo, si dovrà determinare correttamente il tasso d’interesse applicabile a ciascun rapporto e l’ammontare degli interessi dovuti nei vari periodi; da ultimo le banche dovranno provvedere alle restituzioni nel caso in cui tali condotte risultino in contrasto con quanto illustrato.
Le prassi praticate sono invece proseguite e la clientela ha dovuto fare reclamo, di solito senza riscontro, poi, decorsi trenta giorni, ha dovuto promuovere ricorso all’Arbitro Bancario e Finanziario e alla successiva azione giudiziale per il recupero delle maggiori somme corrisposte.
Vi è inoltre da considerare un altro elemento ricorrente nella pratica; ci riferiamo alle modifiche successive del contratto di mutuo.
La clausola floor non può essere ritenuta in sé vessatoria con le conseguenze che ne derivano in quanto è uno degli elementi contrattuali, peraltro oggetto di negoziazione ed illustrativa in sede di conclusione.
La proposta di provenienza bancaria di definire nuovi accordi, a fronte di benefici chiesti dal cliente, ha invece rilevanza sulla natura dell’accordo successivo. Introdurre la negoziazione per l’inserimento della clausola dopo la conclusione del contratto quando il cliente ha oramai assunto una condizione di dipendenza dalla forza economica dell’istituto pone il tema della sua validità.
Sul punto non abbiamo rinvenuto giurisprudenza, ma riteniamo che qualche profilo di invalidità possa essere sostenuto.