11 maggio 2018

L’IVA va pagata e non è giustificabile l’omesso accantonamento

Ancora di recente la Cassazione è tornata ad affermare che in sede penale non possa essere giustificato l’omesso pagamento dell’IVA, in quanto questa è una posta che l’impresa ha già incassato dal cliente e non può omettere dal versare all’Erario.
L’operatore non può quindi trattenere quanto avrebbe l’obbligo di accantonare prudenzialmente a momenti di difficoltà che possono in seguito avvenire.
Lo ribadisce la sentenza della Corte n. 11035 del 13 marzo 2018, che aggiunge come si debbano anche adottare tutte le iniziative per provvedere alla corresponsione del tributo.
La giustificazione della forza maggiore può esser invocata solo quando derivi da fatti non imputabili all’imprenditore, ai quali non abbia potuto rimediare per cause estranee alla sua volontà.
Non ha rilevanza la c.d. “crisi di liquidità” del debitore alla scadenza del termine per operare il versamento dell’Iva, poiché il debitore ha l’obbligo principalmente di accantonare le somme occorrenti per l’adempimento dell’obbligazione tributaria, ma anche di adottare tutte le iniziative per provvedere comunque alla corresponsione del tributo.
La difesa del contribuente aveva cercato di giustificare l’omesso versamento dell’IVA sulla base della mancanza di una condotta volontaria essendo sopravvenuta una crisi di liquidità della l’impresa, che vantava crediti non riscossi per importi di rilievo e superiori a quelli dovuti per il tributo.
Si era negato che esistesse un obbligo di accantonamento dell’IVA incassata a carico dell’imprenditore e, ancora, che, essendo stati comprovati crediti scaduti sufficienti per il pagamento delle annualità contestate, le omissioni erano da ricondurre a colpa consistita nell’errata previsione dei tempi di incasso e non a dolo.
Per la Corte il reato all’articolo 10-ter del D.lgs. n. 74/2000, è punibile a titolo di dolo generico e consiste nella coscienza e volontà di non versare all’Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato, non essendo richiesto che il comportamento illecito sia dettato dallo scopo specifico di evadere le imposte.
La prova del dolo è insita in genere nella presentazione della dichiarazione annuale, dalla quale emerge quanto è dovuto a titolo di imposta, e che deve essere versato o contenuto non oltre la soglia di punibilità, entro il termine lungo.
Le somme che già sono state incassate devono essere tenute a disposizione per fare fronte al pagamento quando matura il termine e vanno organizzate le risorse disponibili in modo da poter adempiere all’obbligazione tributaria.
Per andare esenti da condanna non può essere invocata la crisi di liquidità del contribuente al momento della scadenza del termine, ove non si dimostri che non dipenda dalla scelta di non far debitamente fronte alla esigenza organizzativa.
Va esaminata la ragione per affermare la non imputabilità al contribuente della crisi economica che improvvisamente avrebbe investito l’impresa e la circostanza che la crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso a idonee misure diverse da valutarsi in concreto.
L’imprenditore dovrà dimostrare le sopravvenienze negative che lo hanno posto in una condizione che non poteva essere prevedibile ex ante e che poi ha portato a non riuscire ad effettuare il pagamento, per cause indipendenti dalla sua volontà e a lui non imputabili.
La forza maggiore, come causa di esclusione della punibilità, postula la individuazione di un fatto imponderabile, imprevisto e imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta dell’agente, tanto da rendere non altrimenti evitabile il verificarsi dell’evento, non potendo ricollegarsi a un’azione od omissione cosciente e volontaria dell’imprenditore.
La Cassazione nei reati omissivi ritiene che integra la causa di forza maggiore l’assoluta impossibilità, non la semplice difficoltà di porre in essere il comportamento omesso.

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