12 maggio 2018

Investimento finanziario o polizze vita?

Una visione già prospettata dalla Cassazione aveva spinto a considerare con circospezione le polizze assicurative, ora molto diffuse, e questo in due direzioni, nel guardare all’interno il contenuto per vedere a quale riconduzione di tipo contrattuale si debba fare riferimento e alla considerazione degli effetti che scaturiscono in caso di qualificazione di investimento finanziario.
La Cassazione in data 30 aprile 2018, n. 10333 ha considerato la “veste” assicurazione vita per affermarne in certi casi invece la natura di investimento finanziario.
Come aveva rilevato il giudice del merito (Corte d’Appello di Milano), nel caso in concreto mancava la garanzia della conservazione del capitale alla scadenza, dunque la natura assicurativa del prodotto, e questo avrebbe dovuto essere considerato e trattato come un prodotto finanziario da parte di coloro che figuravano come assicurati, che aveva operato per il tramite di una società fiduciaria; a questo consegue che debba applicarsi il Testo Unico Finanziario e i regolamenti Consob.
Inoltre l’articolazione dell’operazione vedeva in fatto la mancanza della specificazione sulla tipologia del contratto e dalla polizza assicurativa non si capiva a quali concrete condizioni il contratto fosse concluso in quanto l’unico documento contrattuale sottoscritto dallo “investitore” era una proposta che prevedeva l’investimento del premio in un paniere composto da quote di fondi comuni, azioni, obbligazioni e liquidità.
La Corte riteneva non concluso un contratto nei termini nei quali era stato eseguito né nella proposta sottoscritta, richiamata nella polizza emessa dall’assicurazione, che prevedeva che fosse un prodotto finanziario unico e non si aveva corrispondenza tra contenuto della proposta e quanto eseguito.
In spregio ad ogni disposizione non vi era accettazione alle pattuizioni relative all’impiego del capitale versato come poi poste in essere dall’assicuratore; la conclusione di tutto questo portava alla conclusione dell’inadempimento dell’intermediario finanziario.
Consegue ancora che il profilo di rischio dovesse essere considerato in capo all’investitore e non al fiduciario, che chiaramente possiede le qualità per l’attività che svolge, ma anche se fossero state acquisite le informazioni dal contraente sul suo profilo di rischio un investimento di questo tipo avrebbe postulato di essere “specificamente autorizzato per iscritto” e a seguito di un chiaro avvertimento da parte dell’intermediario sull’inopportunità di concentrazione del rischio (art. 29 TUF), per il totale impiego del capitale versato per un importo di rilievo che porta ancora all’inadempimento dell’assicuratore sia nella fase di conclusione che di esecuzione del contratto.
Le ultime precisazioni in quanto il contratto era intervenuto con l’impresa assicuratrice come “emittente la polizza”, la fiduciaria come “contraente” e le “persone fisiche” soggetti il cui evento morte era dedotto tra le condizioni contrattuali e dunque sottoscrittori del contratto ai fini dell’art. 1919, 2° co. cod. civ. per l’approvazione per iscritto nel caso di morte del terzo.; il beneficiario era il figlio e le aspettative degli investitori erano nell’ambito dell’accordo contrattuale tra loro e la fiduciaria.
Non entriamo ad esaminare gli effetti che si producono nella riqualificazione del rapporto intervenuto, che sono facili da individuare proprio per i pregi dello strumento assicurazione vita: regime fiscale conseguente in sede successoria, diverso regime in termini di tassazione, suscettibilità di essere riprese le somme che non sarebbero protette nei confronti dei terzi.
Richiamiamo che l’operazione per individuare la differenza tra l’investimento di natura finanziaria e una offerta al pubblico di contratti con oggetto la compravendita di opere d’arte è stata già affrontata dalla sentenza della Corte di Cassazione. Sez. 3°, 12 marzo 2018, n. 5911 (nel sito: “Investimento finanziario in opere d’arte”), che è arrivata a concludere che si tratta di investimento di natura finanziaria quando il rischio è spostato sull’investitore e comprende ogni impiego di denaro con un’aspettativa di profitto successivo o di remunerazione con presenza di un arco temporale e un rischio potenziale.

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