14 maggio 2018

Investimento finanziario in opere d’arte

L’investimento di natura finanziaria comprende ogni conferimento di una somma di danaro da parte del risparmiatore con un’aspettativa di profitto o di remunerazione, vale a dire di attesa di utilità a fronte delle disponibilità investite nell’intervallo determinato da un orizzonte temporale e con un rischio.
La sentenza della Corte di Cassazione, Sez. 3°, 12 marzo 2018, n. 5911 ha affrontato il principio in tema della qualificazione dell’operazione con riferimento al decreto con il quale la Consob aveva inflitto pesanti sanzioni ad un operatore finanziario per avere accertato violazioni del Testo Unico Finanziario (TUF) per una offerta al pubblico di contratti con oggetto la compravendita di opere d’arte ed altre due offerte congiunte di un prestito obbligazionario convertibile in azioni.
Già il giudice di merito aveva respinto il ricorso ritenendo che l’operazione fosse da ritenere un investimento di natura finanziaria e quindi soggetto ad un particolare regime, mentre la pretesa dell’emittente l’offerta era che dovesse essere ritenuto “investimento di beni materiali suscettibili di godimento”.
L’operazione proposta consisteva nell’acquisto di opere d’arte a un prezzo con uno sconto in relazione a un listino dando la possibilità di risolvere il contratto e ottenere, dopo la scadenza del termine, la restituzione al valore del listino usato od anche ad un prezzo maggiorato nel termine di due anni successivi con garanzia di rendimento finanziario della somma investita. Il cliente aveva anche la facoltà di optare per l’acquisto di obbligazioni di società convertibili in azioni.
La qualificazione di pubblica offerta derivava dal fatto che la Corte non ha ritenuto che fosse necessario rivolgersi a strumenti di pubblicità di massa dal momento che la Corte riteneva sufficiente la destinazione a “una pluralità indifferenziata di soggetti”.
La contestazione era effettuata basandosi sul fatto che dovesse essere ricondotto a contratto di investimento, che ha uno scema atipico comprensivo di ogni forma di investimento finanziario e prescindere dalla natura e dal tipo contrattuale adoperato.
Per i ricorrenti non risultava decisivo il trasferimento di un bene in sé neppure se suscettibile di un godimento, ma la finalità complessiva dell’operazione posta in essere e le prospettive generali proposte agli investitori che acquistavano ovvero l’ipotesi di compravendita di opere d’arte con possibilità per l’acquirente di imporre potestativamente al venditore il riscatto dell’opera comperata a condizioni predeterminate all’atto dell’acquisto.
Per i ricorrenti i mezzi di pagamento non sono da ritenere strumenti finanziari e i contratti di compravendita non sono di per sé operazioni finanziarie, salvo per le operazioni di valuta. Sarebbe stato un mero meccanismo di vendita di opere d’arte finalizzato a lasciare la possibilità discrezionale all’acquirente di decidere poi cosa fare.
Neppure sarebbe stato dirimente il fatto di ricevere un versamento di denaro aggiuntivo derivante dall’esercizio del recesso pari allo sconto predeterminato sul prezzo, né altro derivava dal fatto che la percentuale dei clienti che ha esercitato il recesso fosse stata pressoché totalitaria.
Il contratto di investimento non è tipizzato nel TUF e si presta ad assumere la forma giuridica di ogni investimento di natura finanziaria, che se da un lato lascia spazio “alla creatività del mercato” e alla molteplicità dei prodotti che vengono offerti, dall’altro risponde all’esigenza di tutela dei consumatori che in questo modo consente di ricondurre nell’ambito della disciplina di protezione dettata dal TUF anche per forme innominate di contratti finanziari.
L’investimento di natura finanziaria comprende ogni impiego di denaro con un’aspettativa di profitto successivo o di remunerazione con presenza di un arco temporale e un rischio potenziale.
Il caso in esame non si limitava ad essere un’operazione commerciale di acquisto, ma si trattava di operazione complessa, promossa da promotori finanziari, caratterizzata dalla predeterminazione dell’importo promesso con la componente “rischio emittente”.
La fattispecie è simile all’operazione di investimento in diamanti, ove il bene acquistato resta poi nella sfera del venditore, custodito, e con l’impegno di questo alla restituzione della somma alla scadenza del termine, lasciando a carico un mero costo di custodia.
La Corte ritiene che “poiché anche il ‘rischio emittente’ è incluso nell’alea assunta dall’investitore mediante l’investimento, ai fini della configurabilità della presenza di un prodotto finanziario, con la correlata necessità dell’applicazione della disciplina in materia di sollecitazione, è sufficiente che sussista l’incertezza in merito, non all’entità della prestazione dovuta o al momento in questa sarà erogata, bensì alla capacità stessa dell’emittente di restituire il tantundem, con la maggiorazione promessa”.

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