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1 febbraio 2018

Intestazione fiduciaria di quote di società: la prova

Un’interessante sentenza del Tribunale di Milano, Sezione specializzata di Impresa, ha affrontato il tema di come si possa fornire prova di un accordo relativo all’intestazione fiduciaria di quote di una società.
Ci riferiamo a quelle situazioni in cui un soggetto, per i motivi più vari, non intende comparire come socio e raggiunge pertanto intese con un altro soggetto affinché a questi vengano formalmente intestate le quote di partecipazione. Non parliamo delle ipotesi di intestazione tramite soggetti che svolgono professionalmente tale servizio, come le società fiduciarie, bensì di quelle situazioni in cui si “utilizza” un soggetto di fiducia, come potrebbe essere un familiare, un amico o uno stretto collaboratore e gli si intestano le quote.
Nel momento in cui si verificano problemi nei rapporti tra le parti, è chiaro che emerge il tema di poter provare l’esistenza dell’accordo sostanziale sottostante, in modo da superare le risultanze formali, che altrimenti hanno prevalenza nei rapporti con i terzi e la stessa società.
Il Tribunale di Milano ha affermato che, ai fini della dimostrazione dell’esistenza dell’accordo, non è necessaria la prova scritta, ma può essere fornita anche per testimoni o con altri mezzi, dal momento che il negozio fiduciario si distingue dalla simulazione assoluta del contratto e, pertanto, non trovano applicazione le limitazioni dettate dall’articolo 1417 cod. civ. (salvo che la natura dei diritti trasferiti non richiedano la forma scritta).
Nel caso trattato, le parti avevano convenuto di addivenire tra loro a una cessione formale delle quote di una s.r.l., benché fossero d’accordo che il proprietario sostanziale delle stesse rimanesse il cedente, con l’impegno verbale del cessionario di “restituire” le quote al cedente a semplice richiesta.
Successivamente il cedente/fiduciante chiedeva al cessionario/fiduciario di ritrasferire le quote, ma costui si sottraeva all’impegno preso, sostenendo (anche in giudizio) di aver acquistato le quote con propri soldi e senza alcuna simulazione.
I Giudici milanesi hanno rilevato che il patto fiduciario in questione aveva ad oggetto un contratto di cessione quote di s.r.l., per la cui validità ed efficacia tra le parti – come è noto – non è richiesta la forma scritta (necessaria solo per l’opponibilità ai terzi). Di conseguenza, ai fini della prova di tale accordo fiduciario, potevano essere utilizzate anche le presunzioni semplici ex art. 2729 c.c. (“presunzioni gravi, precise e concordanti”), senza limiti anche per la prova testimoniale degli accordi.
Nel caso di specie il Tribunale ha anche valutato la natura dei rapporti intercorsi fra le parti (vincoli familiari e di amicizia) e dalle circostanze concrete in cui la cessione si inseriva.
In particolare il Collegio considerava rilevanti talune circostanze:
a) il fatto che il cessionario non avesse provveduto a svolgere una due diligence preventiva sull’effettiva consistenza patrimoniale della società di cui si accingeva a divenire unico socio; tale circostanza è stata ritenuta un chiaro indice del rapporto fiduciario intercorso fra le parti;
b) dopo la cessione delle quote, il cedente continuò a essere fideiussore unico a favore della banca per un debito contratto dalla società, nonostante non fosse più socio; anche questa circostanza è stata ritenuta significativa del permanere in capo all’originario fiduciario di un interesse concreto ai risultati patrimoniali e finanziari della società;
c) il cessionario non ha fornito in giudizio la prova del pagamento integrale del prezzo;
d) il cessionario ha poi ammesso ulteriori (e non meglio specificati) pagamenti a favore del cedente, che non si giustificavano altrimenti;
e) il cessionario ha ammesso inoltre che le casse della società sono state gestite da un professionista di fiducia del cedente, il quale aveva anche effettuato la stima del prezzo di acquisto delle quote.
Il giudizio in questione ha poi avuto un esito meramente dichiarativo, riconoscendo in capo al cedente/fiduciante la proprietà delle quote; restava invece insoddisfatta la richiesta di “ritrasferimento” delle quote, poiché la società era stata nel frattempo estinta su iniziativa del cessionario.
Secondo il Tribunale, la sopravvenuta estinzione della società determina un effetto rilevante sul piano processuale, cioè l’impossibilità giuridica di porre in essere qualunque atto o provvedimento avente ad oggetto il trasferimento delle quote di detta società, in quanto con la cancellazione – come già detto – è venuto meno sia il patrimonio sociale (inteso come insieme unitario di beni e di rapporti giuridici riferibili a una persona giuridica), sia quel particolare “bene giuridico” che rappresenta la partecipazione del socio a detto patrimonio, ovvero la quota. Per questo motivo non è stata accolta la domanda di trasferimento delle quote di partecipazione al capitale della medesima società, allo stato non più esistenti.
In termini generali resta comunque la rilevanza della sentenza per quanto affermato in merito alla prova del negozio fiduciario, per tutte quelle ipotesi in cui non si sia avuta la cautela di formalizzare per iscritto le intese sostanziali tra le parti.

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