Categorie approfondimento: Societario
15 settembre 2016

Il falso valutativo nelle comunicazioni sociali: la rilevanza attuale

Dopo un complesso iter la Corte di Cassazione si è espressa a favore dell’esistenza attuale e della rilevanza del c.d. falso valutativo compiuto dagli amministratori nella redazione del bilancio (Cassazione Penale Sezioni Unite, 27 maggio 2016, n. 22474 – Pres. Canzio – Est. Fumo).
Il delitto di false comunicazioni sociali si configura ancora derivando dall’esposizione o dalla omissione di fatti, oggetto di valutazione, quando esistano criteri di valutazione normativamente fissati o criteri tecnici generalmente accettati, e l’operatore non faccia applicazione dei criteri e consapevolmente si discosti senza dare una adeguata informazione che giustifichi l’operazione, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni, azionisti e terzi.
Il problema è nato a seguito dell’entrata in vigore della recente riforma apportata dall’art. 9 della legge 27 maggio 2015, n. 69, che ha tolto dall’art. 2621 civ. civ. l’espressione ”ancorché oggetto di valutazioni”, già presente: “Fuori dai casi previsti dall’art. 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero (“ancorché oggetto di valutazioni”) ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni”.
Il tema rimesso alle Sezioni Unite era: “Se, in tema di false comunicazioni sociali, la modifica di cui all’art. 9 della legge 27 maggio 2015, n. 69, che ha eliminato nell’art. 2621 cod. civ. l’inciso ‘ancorché oggetto di valutazioni’ abbia determinato un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie, ovvero se tale effetto non si sia verificato”.
La Cassazione compie tutto il percorso delle modifiche della norma sino ad arrivare ad individuare un fine dichiarato nella riforma ultima, volto a tendere al ripristino della “trasparenza societaria”, eliminando l’antecedente ripartizione tra contravvenzione di pericolo (art. 2621 cod. civ.) e delitto di danno (art. 2622 cod. civ.) e sostituendola con la previsione di una fattispecie “generale” delittuosa di pericolo per le società non quotate e con l’introduzione di un’ipotesi speciale, sempre delittuosa, concernente le false comunicazioni sociali delle società quotate, punita più severamente (art. 2622 cod. civ.).
Ma il tema della valutazione è molto complesso in quanto è questa una operazione che accompagna sia l’esposizione dei dati che la Relazione a conforto degli stessi e non vi è dubbio che il confezionamento dei documenti sia frutto di un’operazione con natura prevalentemente valutativa per arrivare al documento contabile.
Ora va accertato il concetto di “rilevanza” ai fini del falso in bilancio, che trae origine nella normativa comunitaria (art. 2 punto 16 Direttiva UE 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni e tipologie di imprese, recepito con D.Lgs. 14 agosto 2015, n. 136), che definisce rilevante l’informazione «quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori, sulla base del bilancio dell’impresa».
Il requisito della rilevanza ha sostituito il parametro dell’idoneità «ad indurre in errore i destinatari» in relazione alla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società e ha il riflesso soggettivo della rilevanza della alterazione dei dati di bilancio che si risolve nella efficacia fuorviante dell’informazione omessa o falsa.
Il falso deve essere tale da alterare in misura apprezzabile il quadro e deve avere la capacità di influire sulle determinazioni dei soci, dei creditori o del pubblico. La rilevanza è la pericolosità che consegue alla falsificazione e la natura del reato è quindi di pericolo.
Eliminata la determinazione delle soglie percentuali di rilevanza (criterio valutativo legato al dato quantitativo), la nuova normativa demanda al giudice la valutazione della incidenza della falsa allocazione o della arbitraria dimenticanza; il giudice dovrà operare una valutazione di causalità e stimare la potenzialità di occultamento della informazione falsa contenuta nel bilancio per esprimere un giudizio prognostico sulla idoneità degli artifizi contenuti nel documento contabile, nell’ottica di una potenziale induzione in errore dei destinatari dell’informazione.
La rilevanza non più ancorata a soglie, ma apprezzata in relazione alle scelte che i destinatari dell’informazione potrebbero effettuare, che connota la falsità di cui agli artt. 2621, 2621 bis 2622 cod. civ. e deve riguardare dati informativi essenziali, idonei a ingannare verso scelte potenzialmente pregiudizievoli per i destinatari. Tale potenzialità ingannatoria può anche derivare dalla falsa valutazione di un bene che c’è nel patrimonio sociale.
L’alterazione non deve necessariamente incidere solo sul versante quantitativo, potendo anche il c.d. “falso qualitativo” avere una capacità ingannatoria e una efficacia fuorviante per i destinatari. Un’impropria appostazione di dati veri può incidere negativamente sulla trasparenza, fondamento della tutela penalistica del bilancio.
Siccome i soggetti individuati devono avere agito consapevolmente ed al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, il delitto comporta un dolo specifico.
Anche dopo le modifiche della legge n. 69 del 2015 in tema di false comunicazioni sociali, il falso valutativo ha un rilievo penale e si può dire che sussista il delitto di false comunicazioni sociali, con l’esposizione o l’omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente si distacchi da tali criteri consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni.