Categorie approfondimento: Societario
25 maggio 2015

Fallimento e azione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori: i principi in tema di risarcimento del danno

Di cosa si tratta

Un’importante pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione (Cass. civile 6 maggio 2015, n. 9100) ha fatto chiarezza sul tema relativo all’accertamento delle responsabilità degli amministratori di società fallite e sui criteri di liquidazione dell’eventuale danno procurato alla società.
In sintesi, la Suprema Corte ha affermato due principi: innanzitutto, l’individuazione del danno risarcibile dev’essere operata con riferimento a specifici inadempimenti che vengono contestati all’amministratore, onde possa essere verificata l’esistenza di un rapporto di causalità tra tali inadempimenti ed il danno di cui si pretende il risarcimento; in secondo luogo, la mera mancanza della documentazione contabile della società, anche se addebitabile all’amministratore, di per sé sola non giustifica una liquidazione del danno in misura corrispondente alla differenza tra il passivo e l’attivo accertati in ambito fallimentare.Tale criterio può semmai essere utilizzato al fine della liquidazione equitativa del danno, purché siano indicate le ragioni che non hanno permesso l’accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell’amministratore e purché il ricorso a detto criterio si presenti logicamente plausibile in rapporto alle circostanze del caso concreto.
La vicenda trae origine da un’azione promossa da un curatore fallimentare nei confronti dell’ex amministratore di una s.r.l. fallita.
Non avendo rinvenuto la documentazione contabile della società, il curatore chiedeva che l’amministratore fosse condannato a risarcire il danno quantificato in euro 96.593,04, pari alla differenza tra il passivo e l’attivo rilevati nell’ambito della procedura di fallimento.
La domanda era accolta in primo grado e confermata anche in appello.
Proposto il ricorso per cassazione da parte dell’amministratore condannato, la questione veniva rimessa alle Sezioni Unite, essendo stato rilevato un contrasto nell’ambito della giurisprudenza della Suprema Corte.
Le Sezioni Unite hanno risolto il tema, osservando che la questione non può essere affrontata in termini generici.Infatti, i doveri degli amministratori di società sono assai variegati; alcuni sono puntualmente specificati e s’identificano in ben determinati comportamenti,come, ad esempio, la tenuta delle scritture contabili, la predisposizione dei bilanci e gli adempimenti fiscali e previdenziali. Ma, per il resto, si tratta di doveri il cui preciso contenuto non è sempre facile da specificare a priori, in quanto essi derivano “dall’essere l’amministratore e dall’obbligo di compiere con la necessaria diligenza tutto ciò che occorre per la corretta gestione di essa”.
Ne discende che anche le conseguenze dannose – per la società e per i suoi creditori – che possano eventualmente scaturire dalla violazione dei suddetti doveri, dovendo essere in rapporto di causalità con quelle violazioni, “non sono suscettibili di una considerazione unitaria, ma appaiono destinate a variare a seconda di quale sia stato l’obbligo di volta in volta violato dall’amministratore”. Pertanto ha senso parlare dell’individuazione del danno, del nesso di causalità, della liquidazione del danno e degli oneri di prova, se e in quanto si sia prima individuato il comportamento specifico che si imputa all’amministratore, cioè occorre prima mettere bene a fuoco quello che la Corte chiama “il profilo dell’allegazione”.
Scrive infatti la Corte che sussiste sempre un onere di allegazione specifico, vale a dire va individuato con precisione l’inadempimento o il fatto contestato all’amministratore e, sulla base di tale individuazione, va verificato se tale inadempimento o fatto illecito possa essere o meno produttivo di un danno risarcibile. Ci si deve allora anzitutto chiedere se e quale tra gli inadempimenti (“qualificati”) in cui può incorrere l’amministratore possa astrattamente produrre un danno corrispondente all’intero deficit patrimoniale accumulato dalla società fallita ed accertato nell’ambito della procedura concorsuale.
Secondo la Corte “è evidente che lo potrebbero essere, in ipotesi, soltanto quelle violazioni del dovere di diligenza nella gestione dell’impresa così generalizzate da far pensare che proprio a cagione di esse l’intero patrimonio sia stato eroso e si siano determinate le perdite registrate dal curatore, o comunque quei comportamenti che possano configurarsi come la causa stessa del dissesto sfociato nell’insolvenza (ma, se avessero soltanto aggravato il dissesto, unicamente tale aggravamento potrebbe essere ricollegato a quelle violazioni)”.
Se, invece, una tale ampiezza di effetti negativi non sia neppure teoricamente concepibile, la pretesa d’individuare il danno risarcibile nella differenza tra passivo ed attivo patrimoniale accertati in sede fallimentare, è“priva di ogni base logica”.
Proprio questa, secondo la Cassazione, è la situazione oggetto del ricorso: gli inadempimenti addebitati all’amministratore si riferivano infatti alla distrazione di alcuni beni mobili custoditi in un magazzino della società, alla mancata redazione di due bilanci d’esercizio e delle dichiarazioni fiscali concernenti i medesimi esercizi ed, infine, all’omessa tenuta della contabilità sociale.
Osserva la Corte che“la distrazione di beni mobili di proprietà sociale è suscettibile di riflettersi negativamente sul patrimonio della società, ma è altrettanto evidente che la relativa perdita è commisurata al valore di quei beni, o al vantaggio che da essi l’impresa avrebbe potuto ricavare; ma nulla autorizza a pensare che tale perdita s’identifichi con la differenza tra il passivo e l’attivo accertati in sede fallimentare”. Neppure la mancata redazione dei bilanci e delle dichiarazioni fiscali possono, sul piano logico, porsi come causa potenziale dell’intero deficit patrimoniale.
In realtà ciò che aveva indotto Tribunale e Corte di Appello a condannare l’amministratore al risarcimento di un danno pari all’intero deficit patrimoniale della società fallita era stato proprio il mancato rinvenimento delle scritture contabili dell’impresa.
Anche su questo punto, però, le Sezioni Unite della Cassazione sono chiare: che la tenuta delle scritture contabili sia uno dei doveri gravanti sugli amministratori di società è fuori discussione; è quindi altrettanto indiscutibile che il mancato rinvenimento di tali scritture da parte del curatore giustifichi l’allegazione dell’inadempimento di quel dovere specifico. Ma, in coerenza con i principi generali affermati, bisogna domandarsi se e quale sia il danno potenzialmente ricollegabile a tale specifica violazione.
Certamente si ha un danno, quanto meno in termini di maggiori oneri e aggravio dei costi della procedura destinato ad incidere negativamente sull’attivo disponibile. Ma,a parere della Corte, non appare logicamente plausibile il farne discendere la conseguenza dell’insolvenza della società poi fallita.
Infatti, “la contabilità registra gli accadimenti economici che interessano l’attività dell’impresa, non li determina; ed è da quegli accadimenti che deriva il deficit patrimoniale, non certo dalla loro (mancata o scorretta) registrazione in contabilità”.
Né la mancanza (o l’irregolarità) delle scritture contabili comportano che l’onere della prova del danno e del nesso di causalità venga spostato a carico dell’amministratore convenuto.
In chiusura di sentenza, tuttavia, le Sezioni Unite aprono comunque uno spiraglio alla possibilità di “riversare” sulle spalle dell’amministratore il deficit emerso in sede fallimentare: esso è rappresentato dalla possibilità di chiedere la condanna dell’amministratore al risarcimento del danno da determinarsi “in via equitativa”.
Infatti, la Corte afferma che“se la mancanza delle scritture contabili rende difficile per il curatore una quantificazione ed una prova precisa del danno che sia di volta in volta riconducibile ad un ben determinato inadempimento imputabile all’amministratore della società fallita, lo stesso curatore potrà invocare a proprio vantaggio la disposizione dell’art. 1226 c.c., e perciò chiedere al giudice di provvedere alla liquidazione del danno in via equitativa”.
In ogni caso, sarà pur sempre necessario indicare le ragioni che non hanno permesso l’accertamento degli specifici effetti dannosi, nonchè la plausibilità logica del ricorso a detto criterio, facendo riferimento alle circostanze del caso concreto.