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16 Marzo 2018

Cessione ramo d’azienda e dipendenti

Il consenso del lavoratore in occasione della cessione del ramo d’azienda ha visto un importante chiarimento dalla Cassazione nella pronuncia del 23 maggio 2017, n. 12919.
Si afferma “nell’ipotesi di cessione di azienda si realizza, con riferimento alla posizione del lavoratore, una successione legale nel contratto che non richiede il consenso del contraente ceduto, il quale potrà successivamente esercitare il proprio diritto di recesso nei termini sanciti dal comma 4° dell’art. 2112 c.c.”.
La norma dispone: “Ferma restando la facoltà di esercitare il recesso ai sensi della normativa in materia di licenziamenti, il trasferimento d’azienda non costituisce di per sé motivo di licenziamento. Il lavoratore, le cui condizioni di lavoro subiscono una sostanziale modifica nei tre mesi successivi al trasferimento d’azienda, può rassegnare le proprie dimissioni con gli effetti di cui all’art. 2119, primo comma”, il quale prevede: “Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l’indennità indicata nel secondo comma dell’articolo precedente”.
Nel caso di lavoratore che rifiuti reiteratamente di concludere il contratto di lavoro con la società cessionaria, la Corte di giustizia europea (16 dicembre 1992, causa Kartsikas) ha ritenuto che fosse in contrasto con l’automaticità del trasferimento d’azienda, essendo il lavoratore tutelato dalla lesione del suo diritto a non lavorare con un datore di lavoro che non aveva scelto. In questi casi la soluzione dipende dalla disciplina di ciascuno Stato.
Invero la pronunzia richiamata si era limitata a sostenere che siano gli Stati membri a decidere quali effetti un eventuale opposizione del lavoratore potrebbe avere sul rapporto di lavoro con il cessionario.
Ma per tutelare le ragioni del lavoratore è sufficiente che questi possa esercitare la facoltà di recesso che per l’ordinamento italiano è dato da quanto dispone il richiamato comma dell’art. 2112, che gli consente di rassegnare le dimissioni di cui all’art. 2119, 1° co. c.c..
Si può quindi dire che né il diritto comunitario né il diritto interno riconoscono in capo al lavoratore un diritto di opposizione al trasferimento dell’azienda o del ramo presso cui presta la sua attività lavorativa, che si configura astrattamente in termini di automaticità, non escludendosi però che il dipendente possa in ogni caso dopo il trasferimento automatico del suo rapporto lavorativo scegliere di recedere dal rapporto già costituito in maniera espressa e con inequivocabile condotta.

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