Revoca fido e segnalazione in centrale rischi.

a cura di Avv. Donato B. Quagliarella

Di cosa si tratta

Proseguendo quanto già svolto nel sito (“La revoca immotivata del fido”), torniamo per esporre un recente caso, promosso dallo studio avanti il Tribunale di Milano, ove si svolgevano le seguenti argomentazioni in una situazione che si illustra.
Una società immobiliare che ha un buon andamento del fatturato negli ultimi due anni e un patrimonio netto congruo, in funzione di avere i mezzi occorrenti per alcune operazioni ha concordato con un istituto di credito di porre a garanzia dell’esposizione, accordata per €. 200.000,00 per “anticipi fatture” e per €. 550.000,00 per “concessione di aperture di credito” (cassa), una fideiussione solidale del suo amministratore sino a concorrenza di €. 390.000,00 e una garanzia a concorrenza di €. 585.000,00 con la costituzione in pegno di titoli per un valore della gestione al 30 settembre 2007 di €. 505.853,79.
Con comunicazione in data 13 novembre 2007 l’istituto invitava al rientro previa revoca dei fidi accordati inviando una raccomandata spedita il 14 novembre 2007 e ricevuta il 16 novembre 2007, mentre la segnalazione in Centrale rischi veniva effettuata il 14 novembre 2007; altra successiva raccomandata in data 22 novembre 2007 ribadiva la stessa richiesta.
Per quanto veniva esposto e documentato, l’esponente non aveva abusato del credito ottenuto, legittimando con l’inadempimento la risoluzione del contratto e la segnalazione in CIRC, in quanto nel mese di settembre aveva usato tutto il fido a disposizione e il solo addebito degli interessi aveva fatto splafonare di qualche migliaio di euro.
Avendo la possibilità di utilizzare la concessione di apertura di credito a concorrenza di €. 550.000,00, alla data del 13 novembre 2007 l’utilizzo era limitato a €. 549.972,63, entro quindi i limiti convenuti; dopo tale data la banca non avrebbe fatto nulla e al 14 nov embre 2007 ha ritenuto di compiere la segnalazione alla CIRC, quando anche gli anticipi fatture era usati a concorrenza di €. 199.476,86, ancora entro i limiti convenuti di €. 200.000,00.
Argomentava l’esponente nel proprio ricorso che con il contratto di apertura di credito la banca si è obbligata, ai sensi dell’art. 1842 c.c., a tenere a disposizione del cliente una somma di denaro a tempo indeterminato e l’esponente ha potuto utilizzare il credito e ha potuto ripristinare la sua disponibilità.
L’art. 1845, comma 3 c.c. attribuisce ai contraenti il diritto di recedere dal rapporto a tempo indeterminato, mediante preavviso nel termine stabilito dal contratto, dagli usi, o in mancanza, in quello di quindici giorni ed è consentito alle parti stabilire convenzionalmente le modalità di esercizio del diritto di recesso.
Le clausole contrattuali sono prestampate sul modulo e il cliente si limita a sottoscrivere, aderendo a condizioni che possono a volte risultare svantaggiose all’accreditato; è tale la disposizione contrattuale che attribuisce alla banca il diritto di esercitare il recesso ad nutum, cioè senza una giusta causa, ed immediato, così negando la facoltà di accedere alle linee di credito concesse.
E’ inoltre consentito stabilire liberamente il preavviso per il pagamento di quanto dovuto dal cliente, potendosi ridurre il termine ad un solo giorno, come pattiziamente previsto dal contratto.
Il contenuto della disposizione richiamata determina però uno squilibrio contrattuale in danno del cliente, senza distinguere in alcun modo tra contratto a tempo indeterminato e determinato, e consentendo anche in questo ultimo caso un preavviso ridotto per il rientro dell’esposizione, laddove l’art. 1845, comma 2 c.c. prevede un obbligo di preavviso non inferiore a quindici giorni.
Il recesso immediato e la concessione di un termine di rientro praticamente inesistente possono evidenziare una condotta arbitraria della Banca, qualora non esegua il contratto in essere secondo la buona fede, imposta dagli artt. 1175 e 1375 c.c., impedendo al cliente l’accesso alle linee bancarie, reso meno difficoltoso con l’assegnazione di diverso e maggiore termine di legge di quindici giorni.
In forza del principio per il quale il contratto deve essere eseguito secondo buona fede (art. 1375 c.c.), si sosteneva che il recesso di una banca dal rapporto di apertura di credito, benché pattiziamente consentito anche in difetto di giusta causa, sia da considerarsi ingiusto ove in concreto assuma connotati del tutto imprevisti ed arbitrari. Tali connotati devono contrastare con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai rapporti tenuti dalla banca ed alla assoluta normalità commerciale dei rapporti, abbia fatto conto di poter disporre della provvista per il tempo previsto e che non può pretendersi che sia pronto in qualsiasi momento alla restituzione delle somme utilizzate, se non a patto di svuotare le ragioni per le quali un’apertura di credito è convenuta.
Qualora il recesso sia stato esercitato in contrasto con il principio generale della buona fede nell’esecuzione del contratto e con connotati del tutto arbitrari, ci si trova senza una giusta causa con un diritto del cliente ad ottenere il risarcimento dei danni patiti, non solo patrimoniali ma anche alla reputazione economica, trovandosi nell’impossibilità di restituire in un solo giorno le somme utilizzate.
La giurisprudenza di merito ha l’orientamento che fa ritenere vessatorie, ai sensi degli artt. 1469 bis e seguenti cod. civ., le clausole che attribuiscono alla banca il diritto di recedere, in mancanza di un giustificato motivo e senza un ragionevole preavviso, dai contratti bancari stipulati a tempo indeterminato: il preavviso, secondo quanto disposto dall’art. 1845, co. 3 c.c., non può essere inferiore a quindici giorni e non vi è alcuna contrattazione individuale che possa giustificare la riduzione del termine. Il termine minimo di quindici giorni per l'operatività del recesso dell'istituto di credito ex art. 1845, 2° comma, c.c., è previsto dalla legge a favore del debitore, onde metterlo in condizione di reperire la somma per ripianare l’esposizione, con la conseguenza che prima della scadenza del termine il credito della banca non è esigibile e il mancato rientro non può comportare l’effetto della segnalazione che si illustrerà.
Il recesso immediato da parte dell’Istituto di credito è giustificato nell’ipotesi di costante inadempimento, che non si risolva in una semplice difficoltà economica, del soggetto accreditato, situazione che comunque non riguarda il nostro caso.
Gli anticipi su fatture costituiscono operazioni di finanziamento attivabili quando l'impresa non ha titoli propriamente da scontare (effetti cambiari o ricevute bancarie). E’ sempre più diffusa tendenza a pattuire i regolamenti delle forniture con bonifici e giroconti bancari. Giuridicamente l'operazione è una cessione di crediti (art. 1260 cod. civ.); la banca diviene titolare del diritto di credito, con la conseguenza che il debitore risulta obbligato non più verso il creditore originario ma verso la banca.
Si sosteneva che la segnalazione fosse indebita in quanto è stata operata il 14 novembre 2007, che era il medesimo giorno nel quale venivano spedite per raccomandata, neppure anticipate via fax, le comunicazioni in data 13 novembre 2007, con le quali si informava della “revoca con decorrenza immediata, delle linee di credito a suo tempo accordateVi”. Una comunicazione intrinsecamente ricettizia non era stata neppure spedita che già la banca riteneva di fare produrre gli effetti.
L’esponente ancora il giorno 7 novembre 2007 aveva operato una rimessa sul proprio conto, che aveva un saldo contabile in tale data di €. 549.972,63, entro quindi gli importi del credito accordato, in quanto la banca gli aveva rappresentato che, per effetto degli interessi maturati sull’esposizione, si rischiava di “splafonare”; nulla di simile ha fatto la banca meno di una settimana dopo. All’epoca della successiva comunicazione datata 22 novembre 2007, la segnalazione era già operata da otto giorni, difettando ancora dei presupposti per l’adozione della misura.
Si è già detto che la Centrale Rischi è un sistema informativo che accentra le informazioni sugli affidamenti concessi da ciascun intermediario ai clienti per la successiva restituzione agli intermediari della posizione globale di rischio dei rispettivi clienti verso il sistema. La Banca d'Italia, tramite la Centrale Rischi, fornisce agli intermediari segnalanti un'informativa per la valutazione del merito creditizio della clientela e per la gestione del rischio di credito. L'obiettivo è di contribuire a migliorare la qualità degli impieghi degli intermediari e ad accrescere la stabilità del sistema creditizio.
I soggetti con posizioni di rischio, a seguito di segnalazione, sono censiti dalla Centrale Rischi in un archivio anagrafico ed identificati mediante l’assegnazione di un codice utilizzato per lo scambio delle informazioni che li riguardano. Per consentire agli intermediari una valutazione più completa del merito di credito del cliente vengono rilevate anche le forme di coobligazione ovvero le relazioni di tipo giuridico tra più soggetti solidalmente responsabili nell’adempimento delle obbligazioni assunte nei confronti degli intermediari. La Banca d’Italia restituisce con la stessa periodicità ad ogni intermediario il c.d. “flusso di ritorno personalizzato”, con cui viene fornita la posizione globale di rischio a livello di sistema dei singoli clienti segnalati e dei soggetti collegat i. La posizione globale di rischio viene determinata per ciascun soggetto sommando le segnalazioni degli intermediari che lo affidano. L’aggregazione viene effettuata per ogni tipologia di importo, per ognuna delle categoria di censimento e per ciascun valore delle relative variabili di classificazione previsti dallo schema. Il flusso di ritorno contiene le informazioni relative a ciascun soggetto segnalato, ai suoi coobligati ed ai soggetti collegati nell’ambito di rapporti di garanzia e di cessione del credito.
Al flusso mensile nominativo si affianca il c.d. “flusso di ritorno statistico” mensile con cui la Banca d’Italia invia ad ogni intermediario statistiche elaborate sulla base delle segnalazioni di rischio. Il flusso offre informazioni sul mercato del credito sotto il profilo della rischiosità, della concentrazione e della dimensione degli affidamenti e delle principali caratteristiche della clientela. I dati registrati negli archivi della Centrale Rischi definiscono una situazione di indebitamento dei singoli soggetti verso il sistema creditizio che potrebbe non coincidere con l’esposizione complessiva.
La diligenza degli intermediari nell’adempimento dell’obbligo di segnalazione, comprensivo dell’attività di controllo necessaria, è riconducibile al disposto di cui all’art. 1176, comma II, cod. civ.. La responsabilità dell’intermediario per aver trasmesso nell’intero sistema un dato difforme dalla realtà, può essere fonte di responsabilità con l’Organo di Vigilanza, con i soggetti intermediari e con gli utenti, coinvolti nelle operazioni di credito. La responsabilità civile dell’istituto creditizio per erronea segnalazione alla Centrale Rischi può essere considerata simile a quella della responsabilità per false informazioni. La Suprema Corte ha affermato la responsabilità civile per diffamazione colposa di chi diffonde notizie inesatte sulla solvibilità di un imprenditore, provocandone il discredito. La medesima tutela de ve essere riconosciuta anche ai privati per la tutela dell’immagine e dell’onore.
Le Istruzioni della Banca d’Italia stabiliscono che “gli intermediari partecipanti devono porre la massima attenzione all’osservazione dei termini di segnalazione, all’indicazione precisa e completa degli elementi anagrafici della clientela e alla corretta imputazione dei rischi”.
La responsabilità dell’intermediario segnalante emerge quando assume una condotta non conforme ai canoni di diligenza professionale, codificati nelle regole della Banca d’Italia, nella valutazione dei presupposti per la segnalazione; la condotta comporta l’obbligatorietà di un ristoro anche del danno non patrimoniale lamentato dall’individuo, sotto il profilo del danno morale.
Vige un regime di assoluto esonero di responsabilità per la Banca d’Italia per le segnalazioni erronee che le pervengono. Nella gestione della Centrale Rischi l’Organo di Vigilanza è tenuto al coordinamento della raccolta dei dati ed alla comunicazione dei dati al sistema creditizio e non a svolgere attività istruttoria in relazione ai dati segnalati nella Centrale Rischi. L'errore della Banca nella quantificazione dell’indebitamento dell’utente dei servizi bancari ai fini della segnalazione alla Centrale dei rischi presso la Banca d’Italia fa nascere il diritto al risarcimento dei danni.
E’ noto a tutti che la conseguenza della segnalazione alla Centrale dei Rischi sia la revoca delle linee di credito da parte di altri istituti bancari e l’impossibilità di accedere al sistema del credito in generale. L’erronea segnalazione a sofferenza danneggia la reputazione e dignità del soggetto interessato, incide sulle relazioni sociali e professionali, impedisce l’accesso al credito bancario oltre a comportare la revoca di quello concesso, con lesione al “diritto di impresa”.
Il giudizio che giustifica la segnalazione deve tener conto delle specifiche finalità e non può prescindere dal doveroso accertamento di una condizione di difficoltà economico-finanziaria del cliente cui quella "sofferenza" sia riconducibile. L’istituto creditore deve eseguire la segnalazione quando ravvisi tale difficoltà, senza dover effettuare un’analisi al fine di verificare se ricorrano le condizioni per la dichiarazione di fallimento. La segnalazione della posizione a sofferenza, richiede che il soggetto si trovi in uno stato di persistente instabilità patrimoniale e finanziaria idonea ad intralciare il recupero del credito da parte dell’intermediario.
E’ certo in base alle Istruzioni della Banca d’Italia che la segnalazione a sofferenza non può discendere automaticamente dall’inadempimento del debitore, perché dal semplice ritardo non può scaturire la segnalazione.
La giurisprudenza afferma che deve considerarsi illegittima la segnalazione fondata su un temporaneo disagio economico del cliente che abbia tempestivamente offerto all’istituto di estinguere la posizione debitoria attraverso il pagamento dilazionato in più rate proporzionate all’entità del debito e non può essere considerata lecita una segnalazione di un credito contestato se la contestazione abbia i caratteri della non manifesta infondatezza e quando la contestazione sia alla base del rifiuto del cliente di adempiere alla obbligazione pecuniaria oggetto di segnalazione.
Se gli intermediari finanziari sono tenuti a segnalare le posizioni “a rischio”, devono operare una valutazione complessiva sulle condizioni economiche e finanziarie del cliente e non possono dare rilievo al semplice ritardo nel pagamento di un debito, costituendo fonte di responsabilità le segnalazioni erronee, ovvero effettuate con finalità strumentali, utilizzando l’istituto allo scopo di esercitare una pressione sul cliente che avanzi delle semplici rimostranze in ord ine all’esistenza ed entità del credito rifiutandone il soddisfacimento.
L'appostazione di un credito in sofferenza e la segnalazione alla Centrale Rischi sarebbero contrarie ai principi di buona fede e correttezza nel funzionamento del rapporto bancario e legittimerebbero un addebito di responsabilità dell’Istituto segnalante per violazione di quel dovere di reciproca lealtà di condotta che deve presiedere all'esecuzione di qualsiasi tipo di contratto e impone a ciascuna parte di tenere comportamenti siano idonei a preservare gli interessi anche dell'altra parte.
Si è già ritenuta ammissibile una domanda ex art. 700 c.p.c. di revoca della segnalazione di un credito in sofferenza operata da un istituto di credito alla Centrale rischi della Banca d'Italia, domanda che - in difetto di accertamento di una condizione di difficoltà economico-finanziaria del cliente segnalato- risulta fondata. Sussiste il periculum in mora che legittima la concessione del provvedimento nel caso di richiesta di revoca della segnalazione di una sofferenza alla Centrale rischi, poiché la reiterazione mensile della segnalazione impedisce al cliente di ricorrere al credito bancario, causando una lesione del "diritto all'impresa". La non corretta segnalazione dell'esistenza di un credito "a sofferenza" verso il cliente è idonea a produrre effetti pregiudizievoli di perdurante attualità e a determinare un’accentuazione degli stessi, per cui può costituire il periculum in mora che giustifica la concessione di un provvedimento d'urgenza.
L’istanza dell’esponente illustrava l’attività che era documentata dal bilancio, dalla visura storica camerale e da compromessi prodotti, documenti tutti con i quali si confermava quale fosse l’operatività della società. I due impegni documentati e da eseguire entro il 10 gennaio erano in corso e già erano stati raggiunti accordi con altra istituzione bancaria perché in sede di trasferiment o intervenisse l’istituto bancario ad erogare le somme. La conoscenza per gli altri istituti bancari avrebbe comportato che, nel momento nel quale le banche avessero visto la segnalazione in occasione di un’operazione bancaria, non avrebbero accordato credito alcuno.
Altra conseguenza sarebbe stata la richiesta di rientro dall’esposizione da parte di tutti quegli istituti che avevano accordato un credito che non fosse garantito fondiariamente. Partiranno le richieste di rientro e di restituzione delle somme e l’esponente non potrà fare fronte a questo bisogno di liquidità con principali effetti: vedere intraprese azioni di recupero, segnalazioni di tutte le banche interessate ed impossibilità di ricorso al credito, pur versando in una situazione di floridità, come documentato dal bilancio scorso 2006 e dalla situazione all’agosto 2007.
Se non si perverrà al fallimento, la situazione che andrà a determinarsi è prevedibile; ci sarà il blocco dell’attività, l’inadempimento agli impegni presi con perdite delle caparre; sarà diffuso il discredito sul mercato, finanziario in particolare, con l’impossibilità di riprendere il lavoro. Il pregiudizio potenziale è di rilievo al presente e maggiore diventerà in futuro se dovesse permanere la segnalazione, essendo un mercato ove le credenziali sono anche rappresentate dalla qualità della condotta tenuta nei confronti delle istituzioni che erogano il denaro.
Si sosteneva che l’unico modo per assicurare gli effetti della decisione sul merito era l’adozione di un provvedimento atipico, coerentemente con la natura sussidiaria dello strumento di cui all’art. 700 c.p.c.: il provvedimento non può che consistere nell’ordine alla Centrale dei rischi di Banca d’Italia di cancellare la “segnalazione”, illegittimamente effettuata dalla banca.
Premesso quanto esposto, la società e il garante chiedevano nella fase cautelare ai s ensi dell’art. 700 c.p.c. perché, inaudita altera parte ai sensi dell’art. 669 sexies c.p.c., sentite in quanto occorra, sommarie informazioni, di ordinare alla banca e alla Banca d’Italia di sospendere immediatamente la segnalazione periodica alla Centrale Rischi della Banca d’Italia della posizione a sofferenza della ricorrente, e che la banca si astenesse dall’eseguire il pegno costituito.
Non accolta la richiesta che il provvedimento fosse adottato prima dell’udienza, in udienza il giudice sentiva il direttore della filiale in assenza del ricorrente, che era impedito; il direttore assumeva che il conto non fosse movimentato, che vi era stato uno sconfino a settembre, che attualmente per il saldo operato dalla banca al momento della revoca del fido a metà mese gli interessi avessero portato a nuovo sconfino.
Sulla base di questi elementi il Giudice, dopo riserva per provvedere, già sciolta e con lettura in udienza mezz’ora dopo, alla presenza delle parti, ha ritenuto per quanto “le sommarie informazioni raccolte pongono elementi di dubbio sull’affermata regolarità del loro rapporto con la banca, in particolare per quanto riguarda l’anticipo delle fatture; che i contratti sottoscritti dai clienti concedono alla banca la facoltà di revoca con un solo giorno di preavviso; che tali clausole non possono ritenersi in contrasto con la normativa a favore dei consumatori, essendo i ricorrenti operatori professionali; che i ricorrenti risultano più volte, seppur verbalmente, preavvertiti dalla banca della necessità di regolarizzare le passività; che, pur ritenendo prematura e quindi illegittima la segnalazione effettuata il 14 novembre 2007, non avendo i clienti ancora ricevuto la lettera di revoca con intimazione al rientro immediato –a oggi la sofferenza risulta ancora in essere-, e quindi la segnalazione è, successivamente, divenuta non solo legittima e doverosa; ritenuto pertanto insussistente il fumus boni iuris e quindi fondata la ri chiesta di rigetto della resistente” respingeva il ricorso e condannava alle spese, che liquidava.
La vicenda narrata dà molti insegnamenti sul come operare sia per le istituzioni bancarie che per i clienti delle banche; a ciascuno trarre le dovute conclusioni.
Per quanto riguarda il giudizio illustrato, si vedrà in quello di merito da introdurre se i fatti stavano nel modo come ricostruiti in sede di sommarie informazioni e quindi quali saranno gli effetti.


(redatto in data 13 gennaio 2008)


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